Stelle di Anthony Aveni – recensione

Laddove i maori vedono una Via Lattea di ciottoli luccicanti, gli indù vedono un branco di delfini che nuotano e i popoli finnici uno stormo di uccelli in volo. Gli armeni immaginano un ladro che ha rubato una balla di fieno, e nella fuga, perde un po’ di erba secca; per i cherokee, il ladro è un cane che rovescia un sacco di farina di mais.
Per gli ungheresi, la Via Lattea ricorda le scintille prodotte dai ferri dei cavalli sul selciato quando un drappello di cavalleria si precipita verso la battaglia. Il popolo zulu la immagina come lo stomaco di una mucca, mentre gli antichi greci ci vedevano il latte schizzato nel cielo quando Eracle, appena nato, succhiò troppo forte il capezzolo della madre.

Anthony Aveni, Stelle (Il Saggiatore)

La fantasia dei popoli che è giunta fino a noi, non viene dalle stelle – almeno così cantava Battiato. Ma a ben pensarci, è un giudizio un po’ drastico. Da sempre l’umanità ha trovato nel cielo notturno un grande specchio su cui riflettere. Il firmamento è un magnete che attrae la mente, un catalizzatore attorno a cui si cristallizzano piccole storie e grandi mitologie.

Abbiamo una certa familiarità con le leggende greche legate alle costellazioni. Sappiamo ad esempio che Orione era un borioso cacciatore, e che gli dei decisero di punirlo mandando un velenoso scorpione sul suo sentiero. Ma cosa raccontano, gli altri popoli, di questa stessa costellazione? Quali storie si intessono attorno alle sue stelle, in Cina, o in Sud America?

E’ proprio per rispondere a domande simili che è stato scritto Stelle – Il grande racconto delle costellazioni – un libro di Anthony Aveni, recentemente tradotto in italiano da Il Saggiatore.

Aveni è professore di Astronomia e Antropologia alla Colgate University di Hamilton, New York. Già autore di numerosi titoli dedicati all’astronomia, qui si è dedicato a ricercare e raccogliere le diverse prospettive da cui i popoli della Terra hanno osservato le stesse stelle.

Per i caribe delle Antille, le stelle di Orione raffigurano Epitembo, sfortunato compagno di una sposa infedele. Secondo i lakota dell’Upper Midwest, la costellazione traccia la figura di una mano. Una tribù di indigeni australiani vi vede una canoa, gli indonesiani vi scorgevano un aratro. Ognuno di questi popoli lega l’immagine celeste a una storia, che a sua volta esprime insegnamenti e ammonimenti morali.
Già questa breve panoramica è sufficiente a farci capire la stupefacente diversità che le tradizioni astronomiche possono offrirci. Un’enorme ricchezza culturale, un monumento collettivo alla capacità umana di immaginare e narrare.

Nel corso dei capitoli, Aveni raccoglie le varie tradizioni legate a stelle ben note, come quelle delle figure zodiacali, o delle Pleiadi. L’intrigante particolarità di questo libro sta però nel suo trattare anche figure celesti che per noi sono meno familiari. Parla della Via Lattea, ma anche delle figure scure, le “macchie buie” che la segnano, particolarmente visibili nell’emisfero australe. Tratta di come si vedono le stelle ai poli, e di come si muovano diversamente ai tropici.

Il firmamento è come un grande libro illustrato, ma le sue immagini non sono affatto statiche. Le costellazioni sorgono e tramontano, compaiono in precisi periodi dell’anno, per sparire in stagioni altrettanto marcate. A seconda della latitudine in cui le si osserva, la traiettoria delle stelle cambia notevolmente, modificando anche i significati a cui sono collegate. E’ un aspetto particolarmente importante per quanto riguarda la simbologia delle costellazioni, che spesso viene trascurato ma cui questo testo dedica la necessaria attenzione:
Gli snodi fondamentali del percorso stagionale di Orione includono l’accecamento del semidio e il suo inabissarsi nelle acque del mare (che coincide con la scomparsa della sua costellazione omonima dopo il tramonto in tarda primavera), e infine il recupero della vista (quando, a metà estate, si riaffaccia nel cielo notturno). Orione il cacciatore occupa poi una posizione di primo piano nel cielo durante le ultime settimane d’autunno, cioè nel pieno della stagione della caccia.

L’essere umano ha una vera e propria propensione a guardare il cielo e a narrare le storie che gli suggeriscono le stelle. Un tratto quasi innato, comune ai popoli più distanti fra loro. Questa inclinazione, però, porta a espressioni anche diversissime fra loro: ognuna di queste è una gemma splendente del grande patrimonio culturale dell’umanità.
Uno dei capitoli conclusivi tratteggia a questo proposito un interessante panorama: il lato femminile dei racconti sugli astri. In culture come quella dell’antica Grecia o dell’impero romano, ma anche nell’antica Cina, i sistemi astrologici e i miti ad essi collegati hanno un’impronta nettamente maschile: l’eroe è invariabilmente l’uomo, mentre la donna è relegata al ruolo di vittima, o addirittura di esempio negativo.
Aveni ci mostra che in altre culture le donne partecipavano attivamente al processo di creazione di mitologie e simbologie celesti. I popoli indigeni dell’Australia, dell’Africa e dell’Amazzonia, o le tribù irochesi, navajo e lakota del Nord America, ci mostrano firmamenti narrativi in cui il femminile acquisisce il ruolo e il riconoscimento che gli spetta. Anche questa è una prospettiva stellare diversa da quella a cui siamo abituati, e da cui abbiamo molto da imparare.

Illustrazione tratta dal libro

La prima stagione del telefilm True Detective si conclude con un memorabile dialogo, che mi sembra perfetto per riassumere l’insostituibile valore dei racconti sulle costellazioni:

Rust: «Ti confesso Marty, sono stato sveglio in quella stanza a guardare dalla finestra ogni notte, pensando…c’è solo una storia. La più antica.»
Marty: «Quale?»

Rust: «La luce contro l’oscurità.»
Marty: «Beh…so che non siamo in Alaska, ma a me sembra che l’oscurità abbia molto più spazio.»
Rust: «Già. Hai proprio ragione.»


A questa conclusione pessimista, segue però una conclusione del tutto opposta:

Rust: «Credo che ti sbagli…sul cielo stellato.»
Marty: «In che senso?»
Rust: «Una volta c’era solo l’oscurità. Se me lo chiedessi, ti direi che la luce sta vincendo.»

Sono convinto che la capacità umana di riempire il cielo con immagini, leggende e insegnamenti, sia proprio parte di questo grande processo che riempie il cielo notturno di luce. L’immaginazione ci innalza, e al tempo stesso avvicina le stelle alla terra.

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