Deforestazione mentale

“Impara a controllare la tua mente”. Quante volte avrete sentito questo comandamento! Scuole spirituali, allenatori sportivi, corsi di motivazione professionale e quant’altro: tutti ci spingono a prendere in mano la nostra mente, a trattarla da padroni, cancellando gli aspetti che non ci piacciono e costruendo al loro posto elementi utili e produttivi.

Non so voi, ma a me questo approccio suscita un certo raccapriccio. E’ come se un giardiniere senza scrupoli entrasse in una foresta con una motosega. Per prima cosa via gli alberi, che fanno ombra, e non mi sta bene. Poi con il decespugliatore falcio tutte le distrazioni, il “rumore mentale di sottofondo” che popola il sottobosco. Via quel tronco marcio, ovviamente – non mi accorgo neanche che sul suo legno cresceva una famiglia di funghi, bellissimi e forse anche buoni da mangiare. E via anche i cespugli di rovo, che pungono e tolgono spazio. Poco importa se poi a giugno non ci saranno more, e i passeri dovranno volare altrove per trovare il cibo. Via le paure, via le speranze ingenue. Togliamo pure la pianta di peonia, che è bella sì, ma fiorisce solo per pochi giorni. Al suo posto ci metteremo una spianata di cemento, e sopra le piastrelle in finta pietra, tutto pulito per metterci una bella sedia a sdraio. Ordine e praticità, altro che il caos improduttivo del bosco.
Sì, ho esagerato. Ma la mentalità sottostante a “controlla la tua mente” è questa: lo spirito imprenditoriale che valuta un ecosistema (sì, la mente è un ecosistema) solo in termini di guadagno. Un colonialismo mentale, lo stesso pragmatismo miope che sta causando catastrofi globali sia nell’ambiente che nella cultura. Si tratta inoltre di un interventismo dilettantesco, perchè andiamo a modificare in modo semplicistico sistemi complessi di cui non conosciamo il comportamento, se non minimamente. Ho usato la metafora del giardiniere, ma forse sarebbe più giusto immaginare un bambino bendato che cerca di fare il neurochirurgo con in mano un cacciavite arrugginito.
Non voglio certo sostenere che bisogna lasciare la mente in balia di se stessa, senza esercitare un minimo di autocontrollo. In fin dei conti, anche l’autocontrollo è una parte della mente, così come l’essere umano è una parte dell’ambiente in cui vive. Se uno scompenso interiore ci avvelena la vita, è giusto cercare di ritrovare il giusto equilibrio. Però bisogna – sì, bisogna, è proprio urgente – smetterla di farla da padroni, di essere convinti di sapere sempre quale sia la soluzione migliore. Dobbiamo trovare l’umiltà per imparare a coesistere con la spontaneità. Dobbiamo farlo ora, prima di soffocare quella poca vita genuina che ancora ci rimane.
Smettetela, dunque, di deforestarvi la mente. Non asfaltate la vostra stessa spontaneità. Gettate alle ortiche quel paradigma che vi suggerisce che la mente sia un sistema distaccato da voi, al punto da poterlo controllare. Voi siete la mente. E siete anche il corpo, e l’istinto, l’autocontrollo, la spontaneità e la paura, il desiderio, la ragione, il sogno. Siete tutto questo, e tanto altro ancora: siete l’ecosistema che nasce dall’interazione di tutti questi elementi. La mente, dicevamo, è come un bosco: non un insieme di alberi e piante ed animali che vivono lì nei paraggi, ma un sistema interconnesso che avvolge in una rete i suoi componenti. Un ordine di livello superiore che nasce dall’apparente caos, non certo un ordine artificioso imposto con la forza. Voi siete armonia, siete il canto corale che nasce spontaneamente da voci diverse. Lo siete solo finchè una delle voci non si convince di essere il maestro del coro, e obbliga gli altri a cantare le parti che decide lui: allora tutto naufraga nella dissonanza forzosa della megalomania.

Annunci

Ladri di sogni

Immaginate una piccola isola tropicale, in cui la popolazione vive una vita quasi paradisiaca. Vicino alla spiaggia crescono spontaneamente diverse specie di alberi da frutto: per mangiare non serve lavorare, basta allungare la mano e cogliere una di quelle nutrienti delizie.

Konstantin Makovsky, Arcadia Felice, 1890

Konstantin Makovsky, Arcadia Felice, 1890

Un giorno all’isola arriva una nave. Non è una spedizione militare. Gli esploratori che scendono dal vascello sono amichevoli. Il loro unico interesse è studiare la geografia e lo stile di vita dell’isola. La popolazione li accoglie calorosamente, d’altronde i ricercatori ripagano le informazioni con doni generosi.
La nave degli esploratori un giorno torna a partire, senza clamore, così com’era venuta. Dopo alcuni mesi, però, arriva un’intera flotta. Questa volta dalle navi escono ingegneri e operai, architetti, falegnami, carpentieri. L’equipe inizia subito i lavori, senza tanti convenevoli. Da un giorno all’altro al posto della macchia di cespugli sorgono alloggi, strade e cantieri. I nuovi arrivati recintano le zone in cui crescono gli alberi da frutto, e ne spogliano i rami, raccogliendo molto più di quello che riuscirebbero a mangiare. Un camion porta il raccolto nella stiva delle navi, che fanno spola verso il continente per riportare in patria i frutti esotici. Continua a leggere

Il deserto diventerà un giardino

Istigazione a una rivoluzione sacra

(Articolo di Francesco Boer, originariamente pubblicato sul numero 23 della rivista I Sorci Verdi)

Una notte in montagna, il cielo enorme che sovrasta le cime. I fari della città sono distanti, non c’è quel velo di luce opaca che copre la notte come un sudario. Lassù si vede ancora quell’arazzo oscuro, ricamato con migliaia e migliaia di stelle d’argento.
L’immensità del firmamento pone l’uomo di fronte ad un bivio. Il più delle volte ci si sente schiacciati dalla spettacolare vastità del cielo stellato, e si reagisce con frasi trite e banali: “di fronte all’immensità dell’universo ci ricordiamo di quanto siamo insignificanti”. Lo spazio è così grande, la Terra è un pianeta come tanti altri, un grano di sabbia su una spiaggia sconfinata. Noi non siamo che polvere impalpabile su quella minuscola superficie, la nostra vita è un sussulto misero di cui l’eternità nemmeno si accorge.
C’è però anche un’altra via: lo stupore di fronte all’immensità diventa partecipazione. E’ vero, siamo una parte minuscola di questo grande universo, ma sentiamo anche che in qualche modo lo smisurato cielo stellato è parte di noi. La luna, gli astri, gli spazi neri fra le stelle, i pianeti, le comete: segni sacri di un libro vivente che è la nostra stessa anima.

William Blake, illustrazioni a Giobbe - "Gioivano in coro le stelle del mattino"

William Blake, illustrazioni a Giobbe – “Gioivano in coro le stelle del mattino”

Ciò che è in alto è come ciò che in basso” – o anche: “Come in cielo, così in terra”. Della corrispondenza fra Microcosmo e Macrocosmo si è scritto molto, ma provarla sulla propria pelle è tutt’altra cosa. Ci vuole uno spettacolo straordinario, come quello del cielo stellato, per risvegliare in noi questo rapporto intimo con il mondo. Dopo averlo destato, però, ci accorgiamo che tutto, ma proprio tutto, parla di noi. La montagna non è più un comune rilievo geografico, ma un simbolo ancestrale, il centro del mondo in cui la terra si eleva fino al trono di Dio: il perno della geografia dell’anima. Un albero non ci appare più come una semplice specie vegetale, ma diventa un complesso diagramma che racconta l’intreccio vivo di luce e oscurità, tanto nel mondo che nell’anima. E poi gli animali, i fiori, i fiumi, le città, il mare. Ogni cosa parla di noi, e noi siamo come uno specchio in cui si riflette tutto ciò che esiste. L’anima e il mondo si attraggono sempre di più: un rapporto totalizzante, un amore così profondo che sfiora il terrore. Al culmine dell’estasi, l’anima dell’individuo si dissolve, e il mondo esteriore si mescola in essa. La luce cancella i confini.
Un diffuso luogo comune vuole che il sentimento religioso sia nato come una risposta all’ansia che l’esistenza esercita sull’essere umano. La coscienza di sé è anche consapevolezza della propria fragilità, e sopra ogni cosa paura della morte. Il termine della vita è per l’uomo un errore inaccettabile. La logica ci ricorda che è un evento naturale, la normale conclusione della vita. Il cuore, però, non vuol saperne. “Non è possibile, non può essere” – così grida di sgomento chi sbatte il muso contro l’inevitabile. La religione sarebbe nata da questo bisogno umano: negare la realtà indigeribile, lenire l’ansia della vita e l’orrore della morte.
Quando si parla di “origine” si scivola facilmente sul terreno del mito. L’origine della religione non fa eccezione. Gli inizi sono sempre avvolti nella nebbia: non abbiamo alcun ricordo dei primi anni della nostra vita, e in maniera simile l’inizio della storia umana si confonde nell’oblio. La causa delle religioni sarebbe la paura, una viltà dell’animo che tende a negare la realtà? E’ un’ipotesi destinata a rimanere tale. Abbiamo visto che il senso del sacro potrebbe aver origine proprio da un sentimento opposto: lo stupore che diventa un’intima partecipazione dell’uomo con il mondo che lo circonda.
In questa doppiezza si riflette un dissidio che divide la società, e a volte giunge persino a dilaniare il singolo cuore, conteso fra il dubbio e la fede.
La religione nega la realtà? E’ un sole illusorio, da eliminare per esigere la felicità reale? O è piuttosto il solenne completamento del mondo?
Una cosa non esclude l’altra. Sono due tendenze opposte, entrambe presenti nel cuore umano. Amiamo la realtà, ma ne abbiamo paura. La fantasia crea illusioni per fuggire la durezza dell’esistenza, ma l’immaginazione abbraccia il mondo, si dona ad esso come un seme che cade nella terra. Terrore e desiderio. Queste due spinte simmetriche si ritrovano anche nelle religioni, pur nella complessità che l’elaborazione culturale comporta. Potremmo avvertire la tentazione di stilare un elenco di culti, dividendoli in due categorie: le religioni della fuga, che rifiutano il mondo come il male, sognando un regno trascendente; e le religioni della presenza, che coltivano il mondo come un giardino, facendo fiorire il bocciolo della realtà. Non è così semplice, ovviamente: le due spinte sono compresenti nel cuore umano, e anche nelle diverse religioni sono sempre ravvisabili entrambi gli orientamenti. A volte prevale il primo, altre il secondo: non è un taglio netto, ma uno spettro di sfumature.
Questo è un dettaglio cruciale per non cadere in quel grossolano passo falso che continua ad affascinare la cultura contemporanea: rifiutare il sacro, respingere ogni afflato religioso, credendo così di raggiungere una realtà concreta, da toccare con mano – la verità dell’al di qua.
La religione può essere, in parte, un processo con cui l’uomo si estranea dalla realtà. Ma rifiutarla in toto comporterebbe una perdita gravissima per l’umanità: sarebbe come gettare via un diamante perché è sporco di fango.
Senza il sacro, il mondo diviene un luogo freddo e inabitabile, una storia insensata raccontata da un idiota, piena di furia e di rumore. Il senso del sacro è il sentimento che lega l’anima all’esistenza, la luce che dona un significato al mondo e alla vita. Solo dopo averlo reciso ci accorgiamo del vero valore di quel legame. Basta osservare la nostra società, terrena e disillusa: non c’è senso di verità, ma incertezza e smarrimento. Persino i ragazzi hanno barattato le speranze della gioventù con un’ansia confusa e schiacciante.
Non è una reductio ad absurdum? Abbiamo tolto il sacro dalla nostra vita, e l’esistenza ha perso di senso. Forse il divino non è poi un’ipotesi innecessaria, come certi sostenevano. Sarebbe però vano cercare di riesumare culti sommersi dai secoli, di cui non ci resta che un’apparenza formale. Non ci serve la cenere di fuochi passati, ma la fiamma viva.
E’ necessario aprirsi nuovamente al mondo, accogliere dentro di noi lo stupore. Togliere la patina che incrosta il cuore, lucidarlo fino a renderlo uno specchio: il riflesso interiore del sole esterno sarà allora una fiamma che scalda l’anima e illumina la vita. E’ un gesto semplice, ma rivoluzionario. Accogliere in sé l’esistenza non significa accettare il mondo così com’è. Al contrario, è un atto che trasforma tanto l’anima che la realtà esterna. Una trasmutazione che oggi più che mai si rende necessaria.
Non si può far finta che il problema del male non esista. “Il mondo è corrotto, abbandonate il mondo”, gridavano i profeti della fuga. E’ vero, il mondo è corrotto, come un roseto infestato dagli afidi. Sarebbe però una gran viltà abbandonare questa bellezza alla rovina – disertare il mondo. Di fronte al dolore, molti scelgono di fuggire. E’ una fuga vana, perché il male è anche dentro il loro cuore: fuggono dall’ombra, ma l’ombra li insegue. Altri – i più – vengono a patti col male, si adeguano, cercano di ottenere un profitto personale, e così ne diventano complici. Chi, invece, sceglierà di pulire le rose, anche a costo di ferirsi le mani fra le spine? Soltanto chi è in grado di accogliere nel cuore la bellezza del fiore sarà capace di liberarlo dai parassiti.
Se non abbiamo la minuteria d’animo di rifiutare la bellezza, possiamo portare dentro di noi le stelle, anche dopo esser scesi dalle cime. Potremo allora farle brillare nelle città sepolte, sgominare la squallida luce artificiale che tiene prigionieri i sogni degli uomini.

L’identità e la relazione

Octavio Ocampo - The General's Family

Octavio Ocampo – The General’s Family

1.
“Io mi chiamo Francesco, e tu?”
“Io”, parola semplice e misteriosa. La usiamo ogni giorno, eppure non sappiamo cos’è. Com’è fatto, l’io? È di carne, o è astratto come il pensiero? È un soffio, è la vita? È tutto d’un pezzo, o si compone di diversi elementi? È vero, o è solo un’illusione? Sono domande che tormentano l’uomo da millenni, eppure restano ancora senza una vera risposta. Concentriamoci piuttosto su un aspetto meno indagato, eppure altrettanto importante: dov’è, questo io? Quale linea segna il confine della mia identità? Continua a leggere

Come in cielo, così in terra

monk.jpg

“Se ripetete un milione di volte il Padre Nostro, il Cielo vi concederà un desiderio, che verrà esaudito dall’Onnipotente in persona.”
Il monaco sollevò la testa dall’antico libro, e meditò su quanto aveva appena letto. Per dire il Padre Nostro si impiega circa dieci secondi (si potrebbe anche fare più veloci, ma poi si rischia di farfugliare e la preghiera non vale, magari devi ripeterla, e va a finire che per far di fretta stai più tempo). Un miliardo di secondi sono circa 2800 ore. Calcolando dieci ore di preghiera al giorno, ci si sta 280 giorni. Si può fare. Continua a leggere

L’Eternità è innamorata delle opere del tempo

La molteplicità è sempre per sua natura caduta dall’uno, ma «Dio è uno» (Gal 3,20). Inoltre è caduta dal bene; infatti l’uno e il bene sono convertibili. In terzo luogo è caduta dal vero; infatti anche il vero è convertibile con l’uno. In quarto luogo è caduta dall’essere; infatti anche essere e uno sono convertibili. Da ciò è chiaro che quel che è diffuso nella molteplicità in quanto tale si allontana dal vero, si allontana dall’essere, e di conseguenza cade nel demonio, opposto a Dio, cade nel male, opposto al bene, cade nel falso e nella menzogna, opposta al vero, cade nel nulla, opposto all’essere stesso.
Questo passo è tratto dal Commento al Vangelo di Giovanni, di Meister Eckhart. Si potrebbe però riportare una caterva di altre citazioni che esemplificano la stessa linea di pensiero: l’uno è il sommo bene, la sola verità; ciò che è molteplice è malvagio e disprezzabile, anzi, è il male stesso, un’illusione che ci inganna e ci condanna. Questa antica ubbia filosofica ha contaminato molte religioni dell’umanità, come una sorta di virus del pensiero. In particolare ha trovato terreno fertile nelle fedi monoteiste, in cui l’unico Dio ben si presta ad una sovrapposizione con l’Uno dei filosofi. Eppure a ben vedere questo modo di intendere la divinità porta ad un paradosso non da poco. Il Dio del monoteismo, infatti, è il creatore del Mondo: l’Uno, che è pura bontà e verità, crea il molteplice, una malvagia parvenza. Eppure “Dio vide che era cosa buona”.
Per risolvere questa contraddizione sono stati elaborati intricati sistemi filosofici ed ineleganti racconti mitologici. Basti pensare alla cosmologia degli gnostici, con le loro ingarbugliate esposizioni del “dramma della caduta”. Una complicazione che mette distanza fra l’Uno e il Mondo del molteplice, ma che alla fine non risolve il dubbio riguardo le responsabilità di questo Dio che si proclama perfetto ed infallibile.
Oggi vi propongo di mettere in discussione alla radice questo problema. L’assioma su cui si basa è stato ripetuto talmente tante volte che ormai non pensiamo nemmeno di interrogarci sulla sua validità. “L’uno è bontà divina, il molteplice inganno diabolico”: non dico che questa affermazione sia falsa, perché nel campo della metafisica non esistono verità o falsità, ma soltanto scelte. Chiediamoci piuttosto: a quali frutti conduce questa radice? Un disprezzo nei confronti del Mondo, contro la grande casa in cui abitiamo. Un contegno altezzoso verso le folle, un egoismo elitario che in fin dei conti è più vile delle masse da cui pretende di elevarsi. Un rifiuto della gioia, che viene intesa come attaccamento agli inganni della molteplicità. La negazione della sacralità della vita, svilita a sfortunata parentesi temporale fra la caduta e il ritorno all’Uno eterno.

Cambiamo le regole del gioco! L’Uno è buono, e la molteplicità anche. Il Mondo è buono, e l’Eternità non è qualcosa di completamente diverso dal piano dell’esistenza in cui viviamo: se il Mondo è una rosa, l’Eternità è il suo profumo. La vita è una benedizione, ma ciò non nega per forza la possibilità di uno stato dell’esistenza oltre la morte. L’individuo non è contrapposto alla collettività: fra i due livelli può esserci un dialogo fecondo, che porta ad un arricchimento reciproco.

Maria come mediatrice fra l'Uno e la molteplicità: il mantello è il Cielo in cui l'Uno risiede, il vestito è la benedizione celeste che si riversa a Terra, dissetando la moltitudine (Madonna della Misericordia, Santuario di S.Maria dell'Arzilla)

Maria come mediatrice fra l’Uno e la molteplicità: il mantello è il Cielo in cui l’Uno risiede, il vestito è la benedizione celeste che si riversa a Terra, dissetando la moltitudine (Madonna della Misericordia, Santuario di S.Maria dell’Arzilla)

Continua a leggere

Antichi tatuaggi religiosi

Durante una ricerca sulla fauna immaginaria delle regioni d’Italia, mi sono imbattuto nel libro “Costumi e superstizioni dell’Appennino marchigiano” di Caterina Pigorini Ber (1889). In appendice c’è un’interessante serie di riproduzioni tratte da tatuaggi religiosi legati al Santuario della Santa Casa di Loreto. Una serie di tavole che non mancherà di appassionare chi come me è interessato ai simboli della nostra storia.

converted PNM file

Continua a leggere

Dal Sol Niger al Black hole sun

Il buco nero è una regione dello spazio-tempo con un campo gravitazionale talmente forte che neppure la luce riesce a sfuggirgli. Un simile oggetto celeste venne ipotizzato già nel diciottesimo secolo, ma solo grazie ai progressi scientifici del Novecento è stato possibile comprenderlo in termini più precisi. Nonostante si tratti di un concetto relativamente recente, il buco nero è stato subito accolto nell’immaginario popolare. La novità scientifica, infatti, si innesta in una serie di precedenti simbolici ampiamente attestati nella nostra cultura.

Immagine da Philosophia reformata di Johann Daniel Mylius, 1622

Immagine da Philosophia reformata di Johann Daniel Mylius, 1622

Continua a leggere