Il simbolismo dei Tarocchi – recensione

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Quando sollevai il primo velo ed entrai nell’atrio esterno del Tempio delle Iniziazioni, vidi nella semioscurità la figura di una Donna seduta su un alto trono tra due colonne del tempio, una bianca e una nera. Da lei emanava mistero, ed esso lo circondava.
Sacri simboli brillavano sulla sua veste verde; sulla sua testa poggiava una tiara dorata, sormontata da una mezzaluna. Sulle sue ginocchia teneva due chiavi incrociate e un libro aperto.
Tra le due colonne dietro la Donna era appeso un altro velo, tutto ricamato con figure di foglie verdi e melograni.
E la voce disse:
«Per entrare nel Tempio, è necessario sollevare il secondo velo e passare tra le due colonne. E per farlo, è necessario ottenere il possesso delle chiavi, leggere il libro e comprendere i simboli. Sei in grado di farlo?»

Piotr Demianovich Ouspensky non fu solamente un epigono di Gurdjieff. Anche prima di incontrare il suo maestro, Ouspensky era impegnato in fervide ricerche esoteriche, su cui scrisse diversi testi. Fra questi, un testo breve ma denso, intitolato Il simbolismo dei Tarocchi, che è stato recentemente tradotto e pubblicato da Tlon edizioni.

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Veggenza – recensione

Non si tratta, è chiaro, di vedere il futuro, ma di divinare il desiderio che l’Anima delle cose rimanda, di leggere la realtà come un tiro di Tarocchi, uno specchio della tensione simbolica del presente.

Veggenza di Stefano Riccesi (Porto Seguro editore) è un libro con un titolo che potrebbe ingannare. Non parla, come si potrebbe pensare in un primo momento, di ingenui oracoli, o di vaticini che pretendono di sostituire l’incertezza dell’essere con effimere speranze. Il soggetto del libro è invece qualcosa di molto più profondo e autentico: la capacità, appunto, di vedere, nel senso più vero della parola, di scorgere la verità archetipica che si nasconde dietro il velo cangiante delle cose temporali, e al tempo stesso si rivela tramite esso.

Veggenza - Stefano Riccesik

Veggenza – Stefano Riccesik

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Tu non sei Dio – recensione

Lo studio della simbologia mi porta spesso a incursioni nell’esoterismo: si tratta infatti di un luogo del pensiero in cui il simbolo è uno dei linguaggi più praticati ed efficaci. Per questo motivo mi capita a volte di entrare in contatto con i diversi esponenti di quell’ampio spettro che viene comunemente definito “spiritualità”. Non sempre l’opinione che ne ricavo è positiva, lo ammetto, in particolare negli ambienti di quella che una volta venivano raggruppati sotto l’etichetta di “New Age” (locuzione un tempo in auge, e che ora sembra diventata una parolaccia da evitare).

Da un lato un pubblico di gente disorientata, in certi casi persino spaventata. A volte la ferita che hanno dentro si vede persino sul volto. L’espressione di chi è disperato, naufraghi pronti ad aggrapparsi al primo legno che offra loro la promessa di salvarsi. 
Dall’altro lato i professionisti del settore. Avvoltoi che annusano la preda da chilometri di distanza. Comprendono al volo la debolezza, e hanno un intuito fenomenale per monetizzarla. Promettono felicità e realizzazione personale, e invece nel migliore dei casi vogliono soltanto guadagnare dai problemi altrui.
Ci sono bellissime eccezioni, è vero. Cercatori infaticabili e onesti, guide generose e accorte. Ma la loro voce, il più delle volte, è coperta dagli strepiti di chi vende urlando come a un mercato. Perchè di mercato, per loro, si tratta: è questa la vera cifra della loro spiritualità.

Eppure non bisogna buttar via il bambino assieme all’acqua sporca. “Spiritualità” non è sinonimo nè di truffa nè di illusione. Non deve diventarlo, sarebbe come darla vinta a questi sciacalli, lasciar loro campo libero. 

Si rende urgente, dunque, analizzare il variopinto mondo della spiritualità contemporanea. Capire cosa c’è di sano e quali sono i rami malati. E’ questo il proposito di Tu non sei Dio, libro di Andrea Colamedici e Maura Gancitano pubblicato da Edizioni Tlon. 

RRJ

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Archetipi e stereotipi

– Ma tu quando sei nato?
– Il 10 novembre.
– Ah! Uno scorpione! Adesso capisco tutto.

Un’intera persona riassunta da un segno zodiacale. Quaranta anni di scelte, di lotte e passi falsi, di piccoli successi ed errori madornali. Di arricchimenti, di rimpianti, di cicatrici, di sogni. “Sei uno scorpione”, e il discorso finisce lì, come se non ci fosse altro da dire.
Ve lo dirò con un taglio poco accademico: quando sento cose di questo genere, mi cascano i coglioni.

Traité des nativités, Manoscritto arabo del XVI sec.
Traité des nativités, Manoscritto arabo del XVI sec.

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Golgota

Golgota

” Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv, 12:24)

Il Cristo muore in croce sul Calvario: “Egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota“. (Gv, 19:17)

Esteriormente il Calvario appare come una collina nei pressi di Gerusalemme; ma è evidente che, dal punto di vista spirituale, esso sia il vero e proprio cranio dell’Uomo.

Una celebre leggenda vuole che sotto il calvario sia seppellito Adamo, e spesso nell’iconografia della Passione si vede il suo teschio ai piedi della croce. Anche in questo caso, Adamo non è solamente il primo uomo, il capostipite di una lunga serie di esseri umani: nell’ottica spirituale egli simboleggia infatti l’Uomo nella sua totalità, l’essere umano in tutte le sue potenzialità, espresse ed inespresse.

Sopra il cranio dell’Uomo, dunque, il Cristo muore. Il chicco di grano si dissolve nella terra, in quella argilla rossa con cui secondo la tradizione Dio plasmò Adamo. La scatola cranica è il sepolcro in cui viene deposto il corpo di Cristo, ma è anche la caverna in cui è venuto alla luce il figlio di Dio. Soltanto apparentemente Natale e Pasqua sono due momenti separati, l’inizio e la fine della parabola terrena del Cristo. Simbolicamente essi coincidono, sono due prospettive sulla stessa verità: l’incarnazione continua, quel processo continuo con cui viene “nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.” (Gv 1:9).

I sette cieli planetari compongono i colori dell’arcobaleno: è il segno dell’alleanza fra Cielo e Terra, fra Spirito e Mondo.

L’arco sarà sulle nubi

e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna

tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne

che è sulla terra” (Gn, 9:16)

La Croce è la strada che li attraversa, portando dal Cielo delle stelle fisse alla Terra dell’essere umano. Nel Golgota, nel cranio dell’uomo, questa strada si trasforma in un labirinto, una via tortuosa come le anse in cui è ripiegato il cervello. Il labirinto ha sette spire, creando un riflesso interiore dei sette cieli planetari. Scendendo dall’Empireo Dio muore, ma in questi labirintici cieli della mente il suo Spirito risale, risorgendo nella forma del Filius Sapientiae. E’ questa l’essenza più profonda della Resurrezione: il Cristo non torna in vita in un corpo proprio, ma rinasce in noi, accendendo la luce dello Spirito in quell’Uomo che altrimenti sarebbe una lucerna spenta. E’ questa la Resurrezione che ci spetta, e a cui dobbiamo ambire già durante questa vita.

Similmente, il Natale del Cristo è anche e soprattutto la sua nascita dentro l’essere umano:

Se anche Cristo nascesse mille volte a Betlemme ma non in te, saresti perso per l’eternità” (Angelus Silesius, Il Pellegrino cherubico)

E’ così che possiamo interpretare con una nuova luce l’annuncio evangelico:

E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv, 1:14)

Non “in mezzo a noi” come un individuo fra la folla, ma proprio “nel mezzo di ciascuno di noi”, nel nostro centro, nella parte più profonda e fondante della nostra essenza:

A quanti però l’hanno accolto,

ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv, 1:12)

Deforestazione mentale

“Impara a controllare la tua mente”. Quante volte avrete sentito questo comandamento! Scuole spirituali, allenatori sportivi, corsi di motivazione professionale e quant’altro: tutti ci spingono a prendere in mano la nostra mente, a trattarla da padroni, cancellando gli aspetti che non ci piacciono e costruendo al loro posto elementi utili e produttivi.

Non so voi, ma a me questo approccio suscita un certo raccapriccio. E’ come se un giardiniere senza scrupoli entrasse in una foresta con una motosega. Per prima cosa via gli alberi, che fanno ombra, e non mi sta bene. Poi con il decespugliatore falcio tutte le distrazioni, il “rumore mentale di sottofondo” che popola il sottobosco. Via quel tronco marcio, ovviamente – non mi accorgo neanche che sul suo legno cresceva una famiglia di funghi, bellissimi e forse anche buoni da mangiare. E via anche i cespugli di rovo, che pungono e tolgono spazio. Poco importa se poi a giugno non ci saranno more, e i passeri dovranno volare altrove per trovare il cibo. Via le paure, via le speranze ingenue. Togliamo pure la pianta di peonia, che è bella sì, ma fiorisce solo per pochi giorni. Al suo posto ci metteremo una spianata di cemento, e sopra le piastrelle in finta pietra, tutto pulito per metterci una bella sedia a sdraio. Ordine e praticità, altro che il caos improduttivo del bosco.
Sì, ho esagerato. Ma la mentalità sottostante a “controlla la tua mente” è questa: lo spirito imprenditoriale che valuta un ecosistema (sì, la mente è un ecosistema) solo in termini di guadagno. Un colonialismo mentale, lo stesso pragmatismo miope che sta causando catastrofi globali sia nell’ambiente che nella cultura. Si tratta inoltre di un interventismo dilettantesco, perchè andiamo a modificare in modo semplicistico sistemi complessi di cui non conosciamo il comportamento, se non minimamente. Ho usato la metafora del giardiniere, ma forse sarebbe più giusto immaginare un bambino bendato che cerca di fare il neurochirurgo con in mano un cacciavite arrugginito.
Non voglio certo sostenere che bisogna lasciare la mente in balia di se stessa, senza esercitare un minimo di autocontrollo. In fin dei conti, anche l’autocontrollo è una parte della mente, così come l’essere umano è una parte dell’ambiente in cui vive. Se uno scompenso interiore ci avvelena la vita, è giusto cercare di ritrovare il giusto equilibrio. Però bisogna – sì, bisogna, è proprio urgente – smetterla di farla da padroni, di essere convinti di sapere sempre quale sia la soluzione migliore. Dobbiamo trovare l’umiltà per imparare a coesistere con la spontaneità. Dobbiamo farlo ora, prima di soffocare quella poca vita genuina che ancora ci rimane.
Smettetela, dunque, di deforestarvi la mente. Non asfaltate la vostra stessa spontaneità. Gettate alle ortiche quel paradigma che vi suggerisce che la mente sia un sistema distaccato da voi, al punto da poterlo controllare. Voi siete la mente. E siete anche il corpo, e l’istinto, l’autocontrollo, la spontaneità e la paura, il desiderio, la ragione, il sogno. Siete tutto questo, e tanto altro ancora: siete l’ecosistema che nasce dall’interazione di tutti questi elementi. La mente, dicevamo, è come un bosco: non un insieme di alberi e piante ed animali che vivono lì nei paraggi, ma un sistema interconnesso che avvolge in una rete i suoi componenti. Un ordine di livello superiore che nasce dall’apparente caos, non certo un ordine artificioso imposto con la forza. Voi siete armonia, siete il canto corale che nasce spontaneamente da voci diverse. Lo siete solo finchè una delle voci non si convince di essere il maestro del coro, e obbliga gli altri a cantare le parti che decide lui: allora tutto naufraga nella dissonanza forzosa della megalomania.

Ladri di sogni

Immaginate una piccola isola tropicale, in cui la popolazione vive una vita quasi paradisiaca. Vicino alla spiaggia crescono spontaneamente diverse specie di alberi da frutto: per mangiare non serve lavorare, basta allungare la mano e cogliere una di quelle nutrienti delizie.

Konstantin Makovsky, Arcadia Felice, 1890

Konstantin Makovsky, Arcadia Felice, 1890

Un giorno all’isola arriva una nave. Non è una spedizione militare. Gli esploratori che scendono dal vascello sono amichevoli. Il loro unico interesse è studiare la geografia e lo stile di vita dell’isola. La popolazione li accoglie calorosamente, d’altronde i ricercatori ripagano le informazioni con doni generosi.
La nave degli esploratori un giorno torna a partire, senza clamore, così com’era venuta. Dopo alcuni mesi, però, arriva un’intera flotta. Questa volta dalle navi escono ingegneri e operai, architetti, falegnami, carpentieri. L’equipe inizia subito i lavori, senza tanti convenevoli. Da un giorno all’altro al posto della macchia di cespugli sorgono alloggi, strade e cantieri. I nuovi arrivati recintano le zone in cui crescono gli alberi da frutto, e ne spogliano i rami, raccogliendo molto più di quello che riuscirebbero a mangiare. Un camion porta il raccolto nella stiva delle navi, che fanno spola verso il continente per riportare in patria i frutti esotici. Continua a leggere

Il deserto diventerà un giardino

Istigazione a una rivoluzione sacra

(Articolo di Francesco Boer, originariamente pubblicato sul numero 23 della rivista I Sorci Verdi)

Una notte in montagna, il cielo enorme che sovrasta le cime. I fari della città sono distanti, non c’è quel velo di luce opaca che copre la notte come un sudario. Lassù si vede ancora quell’arazzo oscuro, ricamato con migliaia e migliaia di stelle d’argento.
L’immensità del firmamento pone l’uomo di fronte ad un bivio. Il più delle volte ci si sente schiacciati dalla spettacolare vastità del cielo stellato, e si reagisce con frasi trite e banali: “di fronte all’immensità dell’universo ci ricordiamo di quanto siamo insignificanti”. Lo spazio è così grande, la Terra è un pianeta come tanti altri, un grano di sabbia su una spiaggia sconfinata. Noi non siamo che polvere impalpabile su quella minuscola superficie, la nostra vita è un sussulto misero di cui l’eternità nemmeno si accorge.
C’è però anche un’altra via: lo stupore di fronte all’immensità diventa partecipazione. E’ vero, siamo una parte minuscola di questo grande universo, ma sentiamo anche che in qualche modo lo smisurato cielo stellato è parte di noi. La luna, gli astri, gli spazi neri fra le stelle, i pianeti, le comete: segni sacri di un libro vivente che è la nostra stessa anima.

William Blake, illustrazioni a Giobbe - "Gioivano in coro le stelle del mattino"

William Blake, illustrazioni a Giobbe – “Gioivano in coro le stelle del mattino”

Ciò che è in alto è come ciò che in basso” – o anche: “Come in cielo, così in terra”. Della corrispondenza fra Microcosmo e Macrocosmo si è scritto molto, ma provarla sulla propria pelle è tutt’altra cosa. Ci vuole uno spettacolo straordinario, come quello del cielo stellato, per risvegliare in noi questo rapporto intimo con il mondo. Dopo averlo destato, però, ci accorgiamo che tutto, ma proprio tutto, parla di noi. La montagna non è più un comune rilievo geografico, ma un simbolo ancestrale, il centro del mondo in cui la terra si eleva fino al trono di Dio: il perno della geografia dell’anima. Un albero non ci appare più come una semplice specie vegetale, ma diventa un complesso diagramma che racconta l’intreccio vivo di luce e oscurità, tanto nel mondo che nell’anima. E poi gli animali, i fiori, i fiumi, le città, il mare. Ogni cosa parla di noi, e noi siamo come uno specchio in cui si riflette tutto ciò che esiste. L’anima e il mondo si attraggono sempre di più: un rapporto totalizzante, un amore così profondo che sfiora il terrore. Al culmine dell’estasi, l’anima dell’individuo si dissolve, e il mondo esteriore si mescola in essa. La luce cancella i confini.
Un diffuso luogo comune vuole che il sentimento religioso sia nato come una risposta all’ansia che l’esistenza esercita sull’essere umano. La coscienza di sé è anche consapevolezza della propria fragilità, e sopra ogni cosa paura della morte. Il termine della vita è per l’uomo un errore inaccettabile. La logica ci ricorda che è un evento naturale, la normale conclusione della vita. Il cuore, però, non vuol saperne. “Non è possibile, non può essere” – così grida di sgomento chi sbatte il muso contro l’inevitabile. La religione sarebbe nata da questo bisogno umano: negare la realtà indigeribile, lenire l’ansia della vita e l’orrore della morte.
Quando si parla di “origine” si scivola facilmente sul terreno del mito. L’origine della religione non fa eccezione. Gli inizi sono sempre avvolti nella nebbia: non abbiamo alcun ricordo dei primi anni della nostra vita, e in maniera simile l’inizio della storia umana si confonde nell’oblio. La causa delle religioni sarebbe la paura, una viltà dell’animo che tende a negare la realtà? E’ un’ipotesi destinata a rimanere tale. Abbiamo visto che il senso del sacro potrebbe aver origine proprio da un sentimento opposto: lo stupore che diventa un’intima partecipazione dell’uomo con il mondo che lo circonda.
In questa doppiezza si riflette un dissidio che divide la società, e a volte giunge persino a dilaniare il singolo cuore, conteso fra il dubbio e la fede.
La religione nega la realtà? E’ un sole illusorio, da eliminare per esigere la felicità reale? O è piuttosto il solenne completamento del mondo?
Una cosa non esclude l’altra. Sono due tendenze opposte, entrambe presenti nel cuore umano. Amiamo la realtà, ma ne abbiamo paura. La fantasia crea illusioni per fuggire la durezza dell’esistenza, ma l’immaginazione abbraccia il mondo, si dona ad esso come un seme che cade nella terra. Terrore e desiderio. Queste due spinte simmetriche si ritrovano anche nelle religioni, pur nella complessità che l’elaborazione culturale comporta. Potremmo avvertire la tentazione di stilare un elenco di culti, dividendoli in due categorie: le religioni della fuga, che rifiutano il mondo come il male, sognando un regno trascendente; e le religioni della presenza, che coltivano il mondo come un giardino, facendo fiorire il bocciolo della realtà. Non è così semplice, ovviamente: le due spinte sono compresenti nel cuore umano, e anche nelle diverse religioni sono sempre ravvisabili entrambi gli orientamenti. A volte prevale il primo, altre il secondo: non è un taglio netto, ma uno spettro di sfumature.
Questo è un dettaglio cruciale per non cadere in quel grossolano passo falso che continua ad affascinare la cultura contemporanea: rifiutare il sacro, respingere ogni afflato religioso, credendo così di raggiungere una realtà concreta, da toccare con mano – la verità dell’al di qua.
La religione può essere, in parte, un processo con cui l’uomo si estranea dalla realtà. Ma rifiutarla in toto comporterebbe una perdita gravissima per l’umanità: sarebbe come gettare via un diamante perché è sporco di fango.
Senza il sacro, il mondo diviene un luogo freddo e inabitabile, una storia insensata raccontata da un idiota, piena di furia e di rumore. Il senso del sacro è il sentimento che lega l’anima all’esistenza, la luce che dona un significato al mondo e alla vita. Solo dopo averlo reciso ci accorgiamo del vero valore di quel legame. Basta osservare la nostra società, terrena e disillusa: non c’è senso di verità, ma incertezza e smarrimento. Persino i ragazzi hanno barattato le speranze della gioventù con un’ansia confusa e schiacciante.
Non è una reductio ad absurdum? Abbiamo tolto il sacro dalla nostra vita, e l’esistenza ha perso di senso. Forse il divino non è poi un’ipotesi innecessaria, come certi sostenevano. Sarebbe però vano cercare di riesumare culti sommersi dai secoli, di cui non ci resta che un’apparenza formale. Non ci serve la cenere di fuochi passati, ma la fiamma viva.
E’ necessario aprirsi nuovamente al mondo, accogliere dentro di noi lo stupore. Togliere la patina che incrosta il cuore, lucidarlo fino a renderlo uno specchio: il riflesso interiore del sole esterno sarà allora una fiamma che scalda l’anima e illumina la vita. E’ un gesto semplice, ma rivoluzionario. Accogliere in sé l’esistenza non significa accettare il mondo così com’è. Al contrario, è un atto che trasforma tanto l’anima che la realtà esterna. Una trasmutazione che oggi più che mai si rende necessaria.
Non si può far finta che il problema del male non esista. “Il mondo è corrotto, abbandonate il mondo”, gridavano i profeti della fuga. E’ vero, il mondo è corrotto, come un roseto infestato dagli afidi. Sarebbe però una gran viltà abbandonare questa bellezza alla rovina – disertare il mondo. Di fronte al dolore, molti scelgono di fuggire. E’ una fuga vana, perché il male è anche dentro il loro cuore: fuggono dall’ombra, ma l’ombra li insegue. Altri – i più – vengono a patti col male, si adeguano, cercano di ottenere un profitto personale, e così ne diventano complici. Chi, invece, sceglierà di pulire le rose, anche a costo di ferirsi le mani fra le spine? Soltanto chi è in grado di accogliere nel cuore la bellezza del fiore sarà capace di liberarlo dai parassiti.
Se non abbiamo la minuteria d’animo di rifiutare la bellezza, possiamo portare dentro di noi le stelle, anche dopo esser scesi dalle cime. Potremo allora farle brillare nelle città sepolte, sgominare la squallida luce artificiale che tiene prigionieri i sogni degli uomini.

L’identità e la relazione

Octavio Ocampo - The General's Family

Octavio Ocampo – The General’s Family

1.
“Io mi chiamo Francesco, e tu?”
“Io”, parola semplice e misteriosa. La usiamo ogni giorno, eppure non sappiamo cos’è. Com’è fatto, l’io? È di carne, o è astratto come il pensiero? È un soffio, è la vita? È tutto d’un pezzo, o si compone di diversi elementi? È vero, o è solo un’illusione? Sono domande che tormentano l’uomo da millenni, eppure restano ancora senza una vera risposta. Concentriamoci piuttosto su un aspetto meno indagato, eppure altrettanto importante: dov’è, questo io? Quale linea segna il confine della mia identità? Continua a leggere

Come in cielo, così in terra

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“Se ripetete un milione di volte il Padre Nostro, il Cielo vi concederà un desiderio, che verrà esaudito dall’Onnipotente in persona.”
Il monaco sollevò la testa dall’antico libro, e meditò su quanto aveva appena letto. Per dire il Padre Nostro si impiega circa dieci secondi (si potrebbe anche fare più veloci, ma poi si rischia di farfugliare e la preghiera non vale, magari devi ripeterla, e va a finire che per far di fretta stai più tempo). Un miliardo di secondi sono circa 2800 ore. Calcolando dieci ore di preghiera al giorno, ci si sta 280 giorni. Si può fare. Continua a leggere