Eroi civilizzatori e ragni legislatori

Ai primordi della civiltà, imporre l’ordine era un gesto eroico. Il caos minacciava la vita; l’eroe lo sconfiggeva con la spada, per poi legarlo con catene fatte di leggi giuste e buone.

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Nei secoli e nei millenni, sempre nuove generazioni di eroi si sono scagliate contro il disordine che minacciava il cosmo. Grazie a loro, la civiltà si è rafforzata, fino a diventare un baluardo incrollabile. Sotto i loro colpi, il turbine si è fatto sempre più fiacco, il caos via via più limitato, circoscritto, anzi, circondato.
E però anche gli eroi, di pari passo, si sono fatti sempre meno eroici. Guardate come si sono ridotti, ai giorni nostri, i civilizzatori! Al posto della spada, un pungiglione velenoso, che non uccide ma toglie la volontà e la forza; le loro catene sono fili impalpabili ma tenaci, come la bava del ragno.
Il loro nemico non è più un caos col volto di un dragone. E’ il mondo intero, la vita nella sua totalità, la preda che imprigionano nel loro velenoso bozzolo. Eppure, pretendono e forse credono di essere non solo nel giusto, ma addirittura al servizio di quella vita che pur soffocano sotto catene di normative e obblighi, giurisprudenza, consuetudini, verdetti.
L’ordine si è fatto nuovo caos, si è fatto morte. Alla rivoluzione, dunque, nuovi eroi! Non con la spada contro il drago, ma armati con un fiore per distruggere la burocrazia insensata. La primavera invaderà le stanze del potere, coloreremo nuovamente il mondo stinto. Con la spontaneità di un germoglio spezzeremo la crosta grigia in cui credevano di averci seppellito.

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Il male

Il male disgrega la realtà. Ogni gesto malvagio, ogni intenzione crudele, ogni disonestà, aprono uno strappo in quel tessuto di materia e significato, che seppur confusamente chiamiamo con il nome di “realtà”.

La Maddalena piangente di Ercole de' Roberti, frammento di affresco nella cappella Garganelli a San Petronio (BO)

La Maddalena piangente di Ercole de’ Roberti, frammento di affresco nella cappella Garganelli a San Petronio (BO)

Omicidi e bugie, guerre e tradimenti. Ogni iniquità è un assalto. Un continuo attacco all’ordine del reale, uno stillicidio, un vero e proprio assedio. Le conseguenze di queste azioni sono devastanti. E’ come se una forza insana strappasse le pagine di un libro, e al loro posto vi infilasse fogli pieni di parole insensate. Strappi che pian piano trasformano la storia in una farsa che sarebbe triste, se non fosse sconclusionata.

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Alchimia e Astrologia – recensione

In virtù del principio ermetico «come in alto così in basso», tutte le cose nel mondo sublunare sono in corrispondenza con l’ordine celestiale dei cieli.

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Alchimia e Astrologia è il titolo di una raccolta di saggi a firma di Rodney Blackhirst, recentemente tradotti da Eduardo Ciampi per Irfan Edizioni.
Il punto di vista di Blakckhirst è quello della scuola perennialista, sulla scia di autori quali René Guénon, Ananda Coomaraswamy o Fritjof Shuon. Il testo, tuttavia, può offrire brillanti spunti di riflessione anche a chi, come me, non è pienamente in sintonia con questa scuola di pensiero.

La corrispondenza fra Terra e Cielo è il filo conduttore degli articoli tradotti in questa antologia, che toccano diversi argomenti. Fra tutte, di notevole interesse sono le considerazioni sulla simbologia sessuale, in Il simbolismo alchemico degli atti generativi; quelle alimentari, in L’alchimia dei cibi tradizionali; la simbologia agricola di La pianta-uomo: temi dell’Alchimia in agricoltura.

L’alchimia, d’altronde, viene a volte descritta come “agricoltura celeste”. Ma i testi di Blackhirst non sono un semplice elenco di corrispondenze fra diversi regni dell’esistenza. L’autore stesso lo esplicita, con righe su cui si potrebbe meditare a lungo:
C’è un alto che è al di là sia della terra che del Cielo, rispetto al quale sia Terra che Cielo rappresentano un basso. Al di là della corrispondenza cosmologica tra Terra e Cielo, l’assioma fa riferimento ad una verità metafisica, ovvero la corrispondenza tra il Principio Increato e tutte le sue manifestazioni, o meglio tra il Divino e il mortale, l’Increato ed il creato, il Non Manifesto ed il manifesto. Il divino è l’alto ed il creato – incluso l’ordine celestiale – è il basso. E’ questa corrispondenza a generare le altre.

Il simbolismo dei Tarocchi – recensione

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Quando sollevai il primo velo ed entrai nell’atrio esterno del Tempio delle Iniziazioni, vidi nella semioscurità la figura di una Donna seduta su un alto trono tra due colonne del tempio, una bianca e una nera. Da lei emanava mistero, ed esso lo circondava.
Sacri simboli brillavano sulla sua veste verde; sulla sua testa poggiava una tiara dorata, sormontata da una mezzaluna. Sulle sue ginocchia teneva due chiavi incrociate e un libro aperto.
Tra le due colonne dietro la Donna era appeso un altro velo, tutto ricamato con figure di foglie verdi e melograni.
E la voce disse:
«Per entrare nel Tempio, è necessario sollevare il secondo velo e passare tra le due colonne. E per farlo, è necessario ottenere il possesso delle chiavi, leggere il libro e comprendere i simboli. Sei in grado di farlo?»

Piotr Demianovich Ouspensky non fu solamente un epigono di Gurdjieff. Anche prima di incontrare il suo maestro, Ouspensky era impegnato in fervide ricerche esoteriche, su cui scrisse diversi testi. Fra questi, un testo breve ma denso, intitolato Il simbolismo dei Tarocchi, che è stato recentemente tradotto e pubblicato da Tlon edizioni.

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Veggenza – recensione

Non si tratta, è chiaro, di vedere il futuro, ma di divinare il desiderio che l’Anima delle cose rimanda, di leggere la realtà come un tiro di Tarocchi, uno specchio della tensione simbolica del presente.

Veggenza di Stefano Riccesi (Porto Seguro editore) è un libro con un titolo che potrebbe ingannare. Non parla, come si potrebbe pensare in un primo momento, di ingenui oracoli, o di vaticini che pretendono di sostituire l’incertezza dell’essere con effimere speranze. Il soggetto del libro è invece qualcosa di molto più profondo e autentico: la capacità, appunto, di vedere, nel senso più vero della parola, di scorgere la verità archetipica che si nasconde dietro il velo cangiante delle cose temporali, e al tempo stesso si rivela tramite esso.

Veggenza - Stefano Riccesik

Veggenza – Stefano Riccesik

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Tu non sei Dio – recensione

Lo studio della simbologia mi porta spesso a incursioni nell’esoterismo: si tratta infatti di un luogo del pensiero in cui il simbolo è uno dei linguaggi più praticati ed efficaci. Per questo motivo mi capita a volte di entrare in contatto con i diversi esponenti di quell’ampio spettro che viene comunemente definito “spiritualità”. Non sempre l’opinione che ne ricavo è positiva, lo ammetto, in particolare negli ambienti di quella che una volta venivano raggruppati sotto l’etichetta di “New Age” (locuzione un tempo in auge, e che ora sembra diventata una parolaccia da evitare).

Da un lato un pubblico di gente disorientata, in certi casi persino spaventata. A volte la ferita che hanno dentro si vede persino sul volto. L’espressione di chi è disperato, naufraghi pronti ad aggrapparsi al primo legno che offra loro la promessa di salvarsi. 
Dall’altro lato i professionisti del settore. Avvoltoi che annusano la preda da chilometri di distanza. Comprendono al volo la debolezza, e hanno un intuito fenomenale per monetizzarla. Promettono felicità e realizzazione personale, e invece nel migliore dei casi vogliono soltanto guadagnare dai problemi altrui.
Ci sono bellissime eccezioni, è vero. Cercatori infaticabili e onesti, guide generose e accorte. Ma la loro voce, il più delle volte, è coperta dagli strepiti di chi vende urlando come a un mercato. Perchè di mercato, per loro, si tratta: è questa la vera cifra della loro spiritualità.

Eppure non bisogna buttar via il bambino assieme all’acqua sporca. “Spiritualità” non è sinonimo nè di truffa nè di illusione. Non deve diventarlo, sarebbe come darla vinta a questi sciacalli, lasciar loro campo libero. 

Si rende urgente, dunque, analizzare il variopinto mondo della spiritualità contemporanea. Capire cosa c’è di sano e quali sono i rami malati. E’ questo il proposito di Tu non sei Dio, libro di Andrea Colamedici e Maura Gancitano pubblicato da Edizioni Tlon. 

RRJ

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Archetipi e stereotipi

– Ma tu quando sei nato?
– Il 10 novembre.
– Ah! Uno scorpione! Adesso capisco tutto.

Un’intera persona riassunta da un segno zodiacale. Quaranta anni di scelte, di lotte e passi falsi, di piccoli successi ed errori madornali. Di arricchimenti, di rimpianti, di cicatrici, di sogni. “Sei uno scorpione”, e il discorso finisce lì, come se non ci fosse altro da dire.
Ve lo dirò con un taglio poco accademico: quando sento cose di questo genere, mi cascano i coglioni.

Traité des nativités, Manoscritto arabo del XVI sec.
Traité des nativités, Manoscritto arabo del XVI sec.

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Golgota

Golgota

” Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv, 12:24)

Il Cristo muore in croce sul Calvario: “Egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota“. (Gv, 19:17)

Esteriormente il Calvario appare come una collina nei pressi di Gerusalemme; ma è evidente che, dal punto di vista spirituale, esso sia il vero e proprio cranio dell’Uomo.

Una celebre leggenda vuole che sotto il calvario sia seppellito Adamo, e spesso nell’iconografia della Passione si vede il suo teschio ai piedi della croce. Anche in questo caso, Adamo non è solamente il primo uomo, il capostipite di una lunga serie di esseri umani: nell’ottica spirituale egli simboleggia infatti l’Uomo nella sua totalità, l’essere umano in tutte le sue potenzialità, espresse ed inespresse.

Sopra il cranio dell’Uomo, dunque, il Cristo muore. Il chicco di grano si dissolve nella terra, in quella argilla rossa con cui secondo la tradizione Dio plasmò Adamo. La scatola cranica è il sepolcro in cui viene deposto il corpo di Cristo, ma è anche la caverna in cui è venuto alla luce il figlio di Dio. Soltanto apparentemente Natale e Pasqua sono due momenti separati, l’inizio e la fine della parabola terrena del Cristo. Simbolicamente essi coincidono, sono due prospettive sulla stessa verità: l’incarnazione continua, quel processo continuo con cui viene “nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.” (Gv 1:9).

I sette cieli planetari compongono i colori dell’arcobaleno: è il segno dell’alleanza fra Cielo e Terra, fra Spirito e Mondo.

L’arco sarà sulle nubi

e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna

tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne

che è sulla terra” (Gn, 9:16)

La Croce è la strada che li attraversa, portando dal Cielo delle stelle fisse alla Terra dell’essere umano. Nel Golgota, nel cranio dell’uomo, questa strada si trasforma in un labirinto, una via tortuosa come le anse in cui è ripiegato il cervello. Il labirinto ha sette spire, creando un riflesso interiore dei sette cieli planetari. Scendendo dall’Empireo Dio muore, ma in questi labirintici cieli della mente il suo Spirito risale, risorgendo nella forma del Filius Sapientiae. E’ questa l’essenza più profonda della Resurrezione: il Cristo non torna in vita in un corpo proprio, ma rinasce in noi, accendendo la luce dello Spirito in quell’Uomo che altrimenti sarebbe una lucerna spenta. E’ questa la Resurrezione che ci spetta, e a cui dobbiamo ambire già durante questa vita.

Similmente, il Natale del Cristo è anche e soprattutto la sua nascita dentro l’essere umano:

Se anche Cristo nascesse mille volte a Betlemme ma non in te, saresti perso per l’eternità” (Angelus Silesius, Il Pellegrino cherubico)

E’ così che possiamo interpretare con una nuova luce l’annuncio evangelico:

E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv, 1:14)

Non “in mezzo a noi” come un individuo fra la folla, ma proprio “nel mezzo di ciascuno di noi”, nel nostro centro, nella parte più profonda e fondante della nostra essenza:

A quanti però l’hanno accolto,

ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv, 1:12)

Deforestazione mentale

“Impara a controllare la tua mente”. Quante volte avrete sentito questo comandamento! Scuole spirituali, allenatori sportivi, corsi di motivazione professionale e quant’altro: tutti ci spingono a prendere in mano la nostra mente, a trattarla da padroni, cancellando gli aspetti che non ci piacciono e costruendo al loro posto elementi utili e produttivi.

Non so voi, ma a me questo approccio suscita un certo raccapriccio. E’ come se un giardiniere senza scrupoli entrasse in una foresta con una motosega. Per prima cosa via gli alberi, che fanno ombra, e non mi sta bene. Poi con il decespugliatore falcio tutte le distrazioni, il “rumore mentale di sottofondo” che popola il sottobosco. Via quel tronco marcio, ovviamente – non mi accorgo neanche che sul suo legno cresceva una famiglia di funghi, bellissimi e forse anche buoni da mangiare. E via anche i cespugli di rovo, che pungono e tolgono spazio. Poco importa se poi a giugno non ci saranno more, e i passeri dovranno volare altrove per trovare il cibo. Via le paure, via le speranze ingenue. Togliamo pure la pianta di peonia, che è bella sì, ma fiorisce solo per pochi giorni. Al suo posto ci metteremo una spianata di cemento, e sopra le piastrelle in finta pietra, tutto pulito per metterci una bella sedia a sdraio. Ordine e praticità, altro che il caos improduttivo del bosco.
Sì, ho esagerato. Ma la mentalità sottostante a “controlla la tua mente” è questa: lo spirito imprenditoriale che valuta un ecosistema (sì, la mente è un ecosistema) solo in termini di guadagno. Un colonialismo mentale, lo stesso pragmatismo miope che sta causando catastrofi globali sia nell’ambiente che nella cultura. Si tratta inoltre di un interventismo dilettantesco, perchè andiamo a modificare in modo semplicistico sistemi complessi di cui non conosciamo il comportamento, se non minimamente. Ho usato la metafora del giardiniere, ma forse sarebbe più giusto immaginare un bambino bendato che cerca di fare il neurochirurgo con in mano un cacciavite arrugginito.
Non voglio certo sostenere che bisogna lasciare la mente in balia di se stessa, senza esercitare un minimo di autocontrollo. In fin dei conti, anche l’autocontrollo è una parte della mente, così come l’essere umano è una parte dell’ambiente in cui vive. Se uno scompenso interiore ci avvelena la vita, è giusto cercare di ritrovare il giusto equilibrio. Però bisogna – sì, bisogna, è proprio urgente – smetterla di farla da padroni, di essere convinti di sapere sempre quale sia la soluzione migliore. Dobbiamo trovare l’umiltà per imparare a coesistere con la spontaneità. Dobbiamo farlo ora, prima di soffocare quella poca vita genuina che ancora ci rimane.
Smettetela, dunque, di deforestarvi la mente. Non asfaltate la vostra stessa spontaneità. Gettate alle ortiche quel paradigma che vi suggerisce che la mente sia un sistema distaccato da voi, al punto da poterlo controllare. Voi siete la mente. E siete anche il corpo, e l’istinto, l’autocontrollo, la spontaneità e la paura, il desiderio, la ragione, il sogno. Siete tutto questo, e tanto altro ancora: siete l’ecosistema che nasce dall’interazione di tutti questi elementi. La mente, dicevamo, è come un bosco: non un insieme di alberi e piante ed animali che vivono lì nei paraggi, ma un sistema interconnesso che avvolge in una rete i suoi componenti. Un ordine di livello superiore che nasce dall’apparente caos, non certo un ordine artificioso imposto con la forza. Voi siete armonia, siete il canto corale che nasce spontaneamente da voci diverse. Lo siete solo finchè una delle voci non si convince di essere il maestro del coro, e obbliga gli altri a cantare le parti che decide lui: allora tutto naufraga nella dissonanza forzosa della megalomania.