Poeti, meccanici e autisti

Stiamo venendo per distruggere i meccanismi. L’uomo-macchina verrà distrutto. Affiggete i manifesti: L’uomo-macchina verrà distrutto!
Srečko Kosovel, Ai Meccanici! (Meccanici e autisti!)

Nonostante sia morto alla giovane età di 22 anni, Srečko Kosovel può ben dirsi uno dei più grandi poeti della Slovenia. Nato nel 1904, seppe cogliere i dolorosi contrasti della sua era, coniugando l’introspezione con un’acuta comprensione della fragile situazione politica dell’Europa di inizio Novecento.
La poesia Mehanikom!, scritta nel 1925, ha il sapore di un vero e proprio proclama. Kosovel si scaglia contro “Meccanici e autisti”, ma ovviamente il vero bersaglio del poeta non sono i professionisti che comunemente identifichiamo con questi nomi. Con il termine “meccanici”, Kosovel descrive quella categoria di persone che ha abdicato il pensiero vivo. I meccanici sono coloro che reagiscono in maniera automatica e prevedibile agli stimoli, come una macchina, o un algoritmo. Persone eterodirette, completamente influenzate da un centro decisionale esterno. Soldati che eseguono ordini, burocrati che applicano alla lettera leggi assurde e disumane, ma anche la gente comune, che senza nemmeno rendersene conto diventa una banderuola ad ogni vento ideologico che prevale al momento.

Illustrazione per il racconto Frank Reade e l’uomo a vapore (1892)

Gli autisti, per converso, sono coloro che guidano le masse meccanizzate, fornendo loro gli stimoli appropriati per causare la risposta di massa che si propongono di ottenere. E’ un circolo vizioso: i meccanici aumentano il potere degli autisti, e questi fanno di tutto per spegnere ogni traccia di volontà autonoma che potrebbe risvegliarsi nelle folle.

La chiave che può spezzare questa maledizione è proprio l’arte. La carica rivoluzionaria della poesia può essere la scintilla che brucia quei meccanismi che tengono schiava la mente:
La meccanica non può morire, perchè non ha anima. Il paradosso è incomprensibile per il meccanico perchè trascende le leggi meccaniche. Il paradosso è il salto dalla meccanica alla vita. Il paradosso è vivo come l’elettricità. Ma l’elettricità non è meccanica. Perciò non siamo meccanici, ma siamo elettrici!

L’opposizione fra meccanica e vita si configura anche nello scontro generazionale. Invecchiare è indursi, l’esperienza spesso porta ad un irrigidimento mentale. Così nel Tao Te Ching è scritto:
Alla nascita l’uomo è molle e debole,
alla morte è duro e forte.
Tutte le creature, le erbe e le piante
quando vivono sono molli e tenere
quando muoiono sono aride e secche.
Durezza e forza sono compagne della morte,
mollezza e debolezza sono compagne della vita.
Per questo chi si fa forte con le armi non vince,
L’albero che è forte viene abbattuto.

Per Kosovel, la nuova generazione ha ancora la freschezza e l’energia per rompere i vincoli in cui la vita si è sclerotizzata:
Il contatto di due fili elettrici genera una scintilla. Anche il contatto di giovani leve fa sprigionare una scintilla. Una fiamma elettrica. Per i meccanici è pericolosa perchè causa cortocircuiti e fulmina i meccanismi. Il cortocircuito brucia i meccanismi. Stiamo venendo per distruggere i meccanismi. L’uomo-macchina verrà distrutto. Affiggete i manifesti: L’uomo-macchina verrà distrutto!


La fantascienza ha raccolto innumerevoli storie in cui i robot si ribellano contro l’umanità. Ma il conflitto forse non sarà esteriore, con uno scontro fra l’umanità ed eserciti di androidi. No, il conflitto è già in atto, dentro l’anima. Il robot che si ribella all’umanità simboleggia la meccanizzazione dell’anima: un indurimento del cuore, che diventa un organo di acciaio dal ritmo regolare e preciso, eppure incapace di amare.
In questo senso, la guerra contro le macchine non è una semplice battaglia. E’ qualcosa di più profondo e spirituale: è la ricerca di un nuovo tipo di umano, l’Uomo Nuovo.
Spunta l’alba! Avvertite i suoi bagliori! Sono scomparsi i popoli, le nazioni e l’intera umanità. Solo un uomo sta in mezzo al mondo, un unico uomo coronato di bianche spine.
L’Uomo Nuovo di Kosovel ha poco da spartire con l’Übermensch nietzschiano. Non la forza, ma la debolezza è il segno della vita. Il poeta dipinge il suo Uomo Nuovo come una figura dai contorni cristici, in quello che è quasi un avvento apocalittico:
Aprite le finestre! Aprite le porte! Arriva l’uomo nuovo.
[Tutti i meccanismi devono morire! Arriva l’uomo nuovo!]
Inchinatevi al suo dolore, inginocchiatevi davanti alle sue umiliazioni, salutate la sua forza. (Per lui la sofferenza era gioia, l’umiliazione – gloria, la forza – risurrezione.)
Tutti i meccanismi devono morire! Arriva l’uomo nuovo!


Kosovel morì nel 1926, soltanto un anno dopo aver scritto Mehanikom!.
Il suo proclama poetico si conclude con una sola, struggente frase, in cui il poeta si augura di vedere con i propri occhi la nascita dell’Uomo Nuovo: “Fate in modo che lo saluti anch’io!”. Se anche Kosovel fosse vissuto a lungo, la sua speranza sarebbe stata disattesa. I grandi regimi totalitari che segnarono la storia del XX secolo rappresentano proprio il trionfo dell’umanità meccanica contro cui il poeta si scagliava. Masse di meccanici, guidate da pochi spietati autisti. E poi non è forse vero che anche nei cosiddetti “regimi democratici” il capitalismo seppe meccanizzare sempre di più l’anima umana, seducendo i cuori con l’allettante miraggio del profitto e del benessere?
Anche il nuovo millennio si apre su uno scenario desolante: l’umanità è ancora ampiamente meccanica, anzi, forse non lo è mai stata come ora. Potrebbe sembrare che il proclama di Kosovel sia stato smentito dalla storia, eppure il suo messaggio è ancora attuale. Anzi, oggi è ancora più importante, una questione di fatale importanza per il destino dell’umanità. Non abbiamo mai avuto così bisogno di una scarica di elettricità poetica, per fulminare i meccanismi che soffocano il cuore.

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