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Il sangue del Redentore

Il simbolo non è un mero codice che corrisponde ad un senso univoco, ma è un’inesauribile fonte di significati possibili, diversi eppure sempre coerenti. Ogni simbolo racchiude dunque in sè un mondo intero; eppure è possibile concatenarli come unità di un linguaggio, come se fossero lettere che vanno a formare parole di una complessità ricchissima.

E’ il caso di questa straordinaria composizione allegorica, tratta da un meraviglioso manoscritto del XV secolo (British Library, Add MS 37049), ricco di illustrazioni simboliche davvero singolari:

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John William Waterhouse, Windswept

 

“Sei la vita e la morte.
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda ‒
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
‒ anemone o nube ‒
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.

Il tuo passo leggero
ha riaperto il dolore.
Era fredda la terra
sotto povero cielo,
era immobile e chiusa
in un torpido sogno,
come chi piú non soffre.
Anche il gelo era dolce
dentro il cuore profondo.
Tra la vita e la morte
la speranza taceva.
Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.”

(Cesare Pavese, Tu, vento di marzo / John William Waterhouse, Windswept)

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5

Vidi un uomo, immerso nell’oscurità, come se fosse sotto terra. Vedevo l’intreccio delle sue vene, le arterie che si gettavano come ponti attraverso il corpo, ed i singoli capillari avviluppati come una fittissima ragnatela. L’intero sistema circolatorio formava un complesso simile alle radici d’un albero. E dove la testa terminava, partivano verso l’alto una serie di grosse arterie, avvolte a spirale l’una sull’altra, come a formare il tronco vivo di quello stesso albero, ed i rami ed i ramoscelli erano di vene della stessa forma e dello stesso colore di quelle del corpo sottostante.
Nel corpo inferiore pulsava un cuore rosso ed oscuro, che riceveva l’oscurità circostante, e la spingeva in circolo, affinchè si purificasse. Il corpo la mutava in una linfa dolce, un’acqua in cui era disciolta la luce vivente; il cuore quindi la raccoglieva nuovamente in sè, per poi inviarla verso l’alto. In corrispondenza al cuore inferiore, nei rami dell’albero superiore brillava un cuore di luce, come se fosse fatto di oro spirituale, l’oro di Ophir.

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5

È ora famelica, l’ora tua, matto.
Strappati il cuore.
Sa il suo sangue di sale
E sa d’agro, è dolciastro essendo sangue.
Lo fanno, tanti pianti,
Sempre più saporito, il tuo cuore.
Frutto di tanti pianti, quel tuo cuore,
Strappatelo, mangiatelo, saziati.
(Beato Angelico, particolare del Giudizio universale / E’ ora famelica – Ungaretti)

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2

Il simbolo è sempre un legame a due direzioni: una cosa simboleggia l’altra, ed anche viceversa, e non c’è mai un significato prevalente o unico, né un segno senza importanza che punta soltanto al significato, senza altre funzioni oltre a questa. Il vero significato del simbolo non sta in una traduzione, come quando diciamo ad esempio “il colore rosso significa amore”; piuttosto, il rosso simboleggia con l’amore, e l’amore con il rosso. Il vero nocciolo del simbolo sta proprio nel rapporto che lega i due termini. È lì il suo aspetto ultimo, in mezzo alle parti del rapporto, fra loro. “Rosso” e “amore” sono quindi facce d’una medaglia, visioni parziali che ci parlano del tutto. Il rosso simboleggia anche con la violenza: e di nuovo, questa non è una spiegazione univoca, come una traduzione meccanica svolta secondo un codice prestabilito, ma un nuovo significato che si dispone ordinatamente, come un pianeta in orbita attorno ad un sole. Rosso, fuoco, calore, sangue, violenza, sesso, amore, odio, violenza e desiderio: nessuno di questi aspetti è il simboleggiato in sè, ma ognuno di essi è un simbolo, una via di accesso per avvicinarsi al centro di gravità attorno a cui ruotano.

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