Veggenza – recensione

Non si tratta, è chiaro, di vedere il futuro, ma di divinare il desiderio che l’Anima delle cose rimanda, di leggere la realtà come un tiro di Tarocchi, uno specchio della tensione simbolica del presente.

Veggenza di Stefano Riccesi (Porto Seguro editore) è un libro con un titolo che potrebbe ingannare. Non parla, come si potrebbe pensare in un primo momento, di ingenui oracoli, o di vaticini che pretendono di sostituire l’incertezza dell’essere con effimere speranze. Il soggetto del libro è invece qualcosa di molto più profondo e autentico: la capacità, appunto, di vedere, nel senso più vero della parola, di scorgere la verità archetipica che si nasconde dietro il velo cangiante delle cose temporali, e al tempo stesso si rivela tramite esso.

Veggenza - Stefano Riccesik

Veggenza – Stefano Riccesik

Il sottotitolo mette le cose in chiaro: “Le radici spirituali della creatività”. Per Riccesi l’attività poetica non è affatto una fuga dalla realtà, ma al contrario è un modo per raggiungere quel fondamento spirituale che è il vero nucleo dell’esistenza. La creatività è infatti la capacità di “vedere in trasparenza”, di cogliere lo spirito che si annida nella materia, l’archetipo che si cela nelle congiunture apparentemente casuali del mondo. L’immaginazione è il mezzo che ci permette di ricollegarci a queste radici immateriali, senza per questo rinnegare la concretezza della vita. Al contrario, la veggenza richiede “Un’adesione integrale all’esistenza: accettazione del corpo e della materia, perchè essi e soltanto essi sono Anima in atto; accettazione della nostra unicità, dell’’angelo che veglia su di noi. Accettazione dell’intimo legame fra imperfezione, bellezza e destino. Accettazione che il sogno è essenziale alla vita.

Nel testo appaiono esplicitamente i riferimenti culturali dell’autore, con ampie citazioni tratte dai lavori di Hillman, Corbin, Zolla, Blake, Yeats, Giordano Bruno. Tuttavia “Veggenza” non è certo un semplice riassunto di teorie altrui: il pensiero di Riccesi è autonomo e dotato di una caratteristica impronta propria, pur nella forte continuità di vedute con gli autori citati. L’autore espone concetti complessi, con un linguaggio non soltanto semplice, ma a tratti vibrante e musicale, che ben si accorda alla vocazione poetica di cui il libro tratta.

La Poesia, ci ricorda Riccesi, è etimologicamente legata alla creazione: “poiesis”, in greco, significa appunto creare. La capacità di vedere non è un semplice momento di conoscenza, ma è l’atto con cui si rinnova la realtà:
A noi è richiesto il coraggi di rispondere alla chiamata degli invisibili, di compiere un viaggio di discesa grazie al quale ricondurre in superficie i semi del principio creatore racchiuso nelle cose. Di radicarci nella terra dell’infinito e lasciare che l’ordine della bellezza emerga dalla ferita della separazione, e far sì che gli spiriti inquieti siano toccati.

Al tempo stesso, la visione poetica è un processo di trasformazione interiore, perchè porta naturalmente a dissolvere quelle strutture che incrostano la nostra anima, e che a volte finiamo per scambiare per la nostra identità.
Ritrovare la propria Anima, e tramite essa il proprio radicamento nell’Anima del Mondo. La veggenza, dunque, è la chiave per un profondo rinnovamento, per una “rivoluzione poetica di sè e del mondo, di cui ora più che mai abbiamo urgente bisogno.

Un Commento

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