Il loop dei loop

Nel 1993 uscì il film Groundhog Day, diretto da Harold Ramis su una sceneggiatura di Danny Rubin. In Italia è noto come Ricomincio da capo – per qualche strana ragione, l’adattamento italiano di un’opera comporta spesso il cambiamento del titolo originale con uno più banale. Quel “ricominciare”, oltretutto, svela un po’ in anticipo l’architettura dell’intero film. Il protagonista, interpretato da Bill Murray in ottima forma, è infatti costretto per una ragione misteriosa a rivivere continuamente lo stesso identico giorno. Una giornata all’apparenza insignificante, che si ripropone senza alcun cambiamento: le altre persone si comportano sempre nella stessa maniera, e l’unico a essere consapevole di questa infinita ripetizione è esclusivamente il protagonista.

Lo straniamento e il senso di incredulità lasciano ben presto il passo all’angoscia. Non c’è modo di uscire da quella gabbia temporale, nemmeno la morte è una via di fuga: quando prova a uccidersi, il protagonista si risveglia nuovamente nell’ennesima, sempre identica giornata.

Non voglio svelarvi il finale del film, nel caso non l’abbiate visto. Posso però anticiparvi che c’è il lieto fine, e che il misterioso cerchio temporale si spezza grazie a un lungo ma costante lavoro di miglioramento personale e morale del protagonista.

Groundhog day ebbe un grande successo sia di pubblico che di critica, che forse deriva solo in parte dalla qualità della produzione. L’idea alla base della trama, infatti, esprime in maniera simbolica una paura archetipica che assilla l’umanità da sempre, e che nella società attuale si rende sempre più concreta. La ruota del samsara, l’aspetto spaventoso dell’eterno ritorno. La vertigine di un tempo ciclico che non lascia scampo, una reincarnazione continua che rilancia senza pietà le vite nella macina del divenire, fatta di gioie brevi e illusorie, e dolori certi e ineludibili.

Yama, il deva della morte nella religione induista, mentre sostiene la Bhavacakra, la ruota dell’esistenza
(Wellcome Images images@wellcome.ac.uk http://wellcomeimages.org CC BY 4.0)

Se la visione tradizionale rabbrividisce di fronte alla vertigine di cicli temporali immensi, la società attuale ripropone lo stesso archetipo, ma comprimendolo e accelerandolo nella ripetizione di loop sempre più veloci, animati dallo stesso ritmo ossessivo e meccanico delle lancette degli orologi, o dei meccanismi delle macchine industriali.

Le giornate di molti di noi non sono forse simili al “giorno della marmotta”? Sempre identiche, sfiancanti, prive di un senso degno di questo nome. Sveglia, metropolitana, lavoro, pausa pranzo, lavoro, casa, cena, tv, dormire, e si ricomincia da capo. La contemporaneità ci ha rubato il tempo, svuotandolo di quella significatività costruttiva necessaria per arricchire la vita, trasformandolo in un ciclo alienante fatto di produzione e pochi momenti di svago. Se il film Groundhog day ebbe tanto successo, tanto che ancora adesso molti lo ricordano e lo continuano a guardare, è perchè parla di una situazione che ci tocca nel vivo. Non solo: offre una speranza e una possibilità di soluzione, indicando nel miglioramento di sè la via per spezzare questo ciclo mortifero e immobile.

Dunque, la soluzione è così semplice? Purtroppo il sistema non si lascia battere così facilmente. Si può uscire dalla prigione del cerchio temporale, ma la grande macchina che attualmente usurpa il nome di “società” sa convogliare nei suoi meccanismi anche questo tentativo di fuga. Ci si trova pur sempre in una ruota: si è fuggiti dalla cella, solo per trovarsi in una gabbia più ampia.

Il capitalismo riesce a inglobare in sè tutte quelle reazioni che pur tentano di contrastarne gli aspetti deteriori. Spiritualità, ribellione politica, comportamenti virtuosi: ogni ribellione, se non punta alla radice stessa del problema, finisce per essere assorbita nello stesso sistema che combatte. Diventa un prodotto, o una valvola di sfogo che in ultima analisi garantisce la stabilità del sistema consumista e oppressivo.

Il successo di Groundhog day ha generato un vero e proprio filone di prodotti dell’industria dello spettacolo, generalmente riassunti nell’etichetta di “loop temporale”. Non che questo film sia la prima storia ad aver esplorato l’idea di un giorno continuamente ripetuto; fra i vari predecessori, ricordiamo ad esempio il film di Lamù diretto nel 1983 da Mamoru Oshii (Urusei Yatsura 2: Beautiful Dreamer). Tuttavia è il film di Ramis il più diretto riferimento per le numerose opere che ne hanno ripetuto le premesse.

La lista sarebbe lunga – c’è addirittura una pagina di Wikipedia dedicata a quella che alla fine è diventata una sorta di genere. Giusto per citarne alcuni fra i più noti e recenti: Edge of tomorrow (2014), che trasferisce la struttura del loop in una cornice di guerra fantascientifica; il telefilm Russian Doll (2019); la commedia Palm springs (2020). E ancora, puntate a tema in telefilm come Supernatural, o il recente videogame Deathloop per Playstation 5.

Un vero e proprio loop dei loop. Si potrebbe quasi immaginare una meta-storia in cui un gruppo di sceneggiatori di Hollywood si risvegliano intrappolati nella stessa giornata, in cui devono lavorare a un copione di genere time loop! Scherzi a parte, in questa ripetizione della ripetizione si intravede il tremendo potere designificante dell’industria pseudoculturale: assorbe e ricicla un’idea che punta all’evasione dal samsara capitalista, e la ripropone in innumerevoli prodotti, fino a svuotarla, fino a renderla innocua.

È d’altronde è un’idea a dir poco ingenua quella di poter diffondere un messaggio autenticamente rivoluzionario tramite apparati nati e forgiati dallo stesso sistema che ci si propone di contrastare. Non si può raggiungere una vera liberazione limitandosi a contrastare fenomeni superficiali, cercando miglioramenti circoscritti o inseguendo salvezze individuali sorde ai problemi di chi ci circonda.

Al centro della Bhavacakra – la ruota dell’esistenza, così come concepita da alcune tradizioni buddhiste – vengono raffigurati tre animali. Il gallo, il serpente e il maiale rappresentano rispettivamente l’avidità, l’odio e l’ignoranza. Sono le forze conosciute come “i tre veleni”, i princìpi che tengono incatenati gli individui nella ruota del divenire.

La ciclicità temporale e l’eterno ritorno possono dare una vertigine disorientante e un senso di stanchezza, ma non sono per forza di cose qualcosa di negativo, da cui rifuggire. Diversi approcci culturali, religiosi o filosofici hanno proposto di staccarsi dal grande loop del divenire, oppure di accettarlo con un’adesione profonda alla ciclica transitorietà della vita.

La ruota cosmica è stancante e vertiginosa, ma significativa; è tanto distruttiva quanto creativa, è effimera ed eterna, terribile e magnifica come solo la vita sa esserlo. E’ innegabile che la versione capitalista di questo grande loop sia invece una farsa riduttiva, un simulacro che non è solo privo di significato, ma che divora e distrugge il senso rimasto nel mondo, come se fosse una grande macina industriale. Il nirvana dall’imperante capitalismo economico e culturale si può sperare solo rifiutandolo alla base, attaccandolo nelle sue radici, e che in fondo sono gli stessi tre veleni dipinti nel fulcro della Bhavacakra – brama, odio e illusione.

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