La melodia che manda in frantumi ogni ordine

…con corrosivi, che in Inferno sono salutari e medicinali, perchè disciolgono le superfici apparenti e mostrano l’infinito che vi era nascosto.” (William Blake, The Marriage of Heaven and Hell)

William Blake, illustrazione da Jerusalem (1821)

La realtà non è un dato di fatto, ma una costruzione, sia personale che collettiva. E’ un sistema complesso e palpitante, che ognuno plasma per sè, intrecciandovi osservazioni e pregiudizi, sentimenti, scoperte, errori, consuetudini. Una creazione che solo in parte è individuale, perchè va a scontrarsi, influenzarsi e rafforzarsi con quella degli altri, fino a creare il sentimento, in gran parte condiviso, di un “reale” collettivo.

Quel che chiamiamo “realtà” dunque non è tanto una verità assoluta ed esterna a cui possiamo attingere, quanto un modello che nasce dall’interazione fra noi e l’impalpabile oggettività dell’essere. Il suo emergere come risposta umana non lo rende priva di valore, anzi: pur non essendo infallibile, è comunque uno strumento indispensabile per orientarsi e non affogare nei labirintici flutti della vita.

La propria realtà costituisce un sistema solido e persino ostinato, capace di resistere anche di fronte alle prove sperimentali che pur ne rendono evidenti i limiti e le storture. Il suo essere radicato nel tessuto collettivo lo rende in gran parte impermeabile alle innovazioni: solo cambiamenti culturali di ampio respiro riescono a smuoverlo, ma perché ciò accada in genere occorrono vasti e combattuti periodi.

Esistono tuttavia alcune forze corrosive, capaci di dissolvere in un istante l’impalcatura del reale, e mostrare impietosamente che si trattava non di un’entità assoluta e indiscutibile, ma di una costruzione umana, con tutti i limiti che ciò comporta. Una vertigine che scuote le consuetudini e le certezze con cui viviamo, spalancando al tempo stesso la porta di altri regni, mostrando nuove vie per vivere e concepire l’esistenza.

È con questa chiave di lettura che si può affrontare Il pane selvaggio di Piero Camporesi, fondamentale testo del saggista bolognese, da poco ripubblicato da Il Saggiatore (qui la scheda del libro sul sito della casa editrice).

In questo libro, Camporesi svela un panorama storico e antropologico opprimente e cupo, raccontando le grandi carestie che hanno colpito l’Europa dal Quattrocento al Settecento. E’ un quadro ben diverso dall’immagine solare e sfarzosa con cui di solito viene raccontato il Rinascimento: l’autore ha il grande merito di dar voce al lato più povero e misero della società, perennemente in bilico fra l’inedia e la malattia, vittima di un sistema sociale iniquo che condanna gli ultimi a rimanere tali, e oltretutto li deplora e li allontana. Un mondo in ombra, in gran parte volutamente taciuto da cronisti e intellettuali – sia dell’epoca che successivi – come se l’indigenza di massa fosse una vergogna da nascondere.

Le gerarchie consolidano il proprio status anche e soprattutto tramite la riaffermazione di una propria narrazione del mondo. Sia il potere temporale che quello spirituale impongono alla comunità delle norme che sono innanzitutto un sistema per interpretare l’esistenza e codificare le proprie risposte a essa. Si tratta di un sistema formale, ordinato e razionale, teso a controllare l’imprevedibilità della vita; un emanazione imposta dall’alto, che pur penetrando fino agli strati più bassi della scala sociale, non riesce tuttavia nel suo intento di imporsi come regola assoluta.
Si configura così l’innesco di quello strappo sociale, che esploderà tragicamente nell’età moderna, e di cui ancora non si vede la remissione.

Gli intellettuali e i letterati barocchi, sfiorati dalle minacciose folle dei pezzenti e dei montanari senza pane, dalle scomposte e ululanti processioni della fame, si difenderanno – secondo la loro tradizionale inclinazione – sparando ciniche, velenose bordate sopra la marea dei pitocchi, contro i «formiconi scioperati».

La contrapposizione fra potenti e subalterni configura un archetipo simbolico, che riassume altre coppie di opposti quali controllo e energia, razionalità e inconscio, veglia e sogno. Non si tratta di una semplice somiglianza filosofica, ma di un nesso strettamente intrecciato che causa cortocircuiti imprevedibili fra i piani dell’essere.
Camporesi sottolinea ad esempio come la fame – la fame vera, impietosa, prolungata per settimane e mesi – non vada a debilitare solamente il fisico, ma anche la mente, causando un vero e proprio delirio che coinvolge strati interi della popolazione.

La droga più efficacie e sconvolgente, più amara e feroce, è sempre stata la fame, produttrice di insondabili scompensi psichici e immaginativi: da questa allucinazione forzata sono scaturiti i sogni aggiuntivi e tridimensionali compensativi della miseria della quotidianità, dello squallore della ragione e degli oltraggi continui perpetrati su esistenze miserabili e personalità infami, dalla morbosità psichica a tendenza convulsiva e isteroide, tipiche di una società schiacciata dal peso degli «status» piramidali, immodificabili per legge divina e volontà regale.

La fame porta al delirio collettivo, una forza corrosiva in grado di minacciare quella narrazione della realtà ordinata e apparentemente solida su cui si insediano le strutture del potere. A questa si somma un altro fattore destabilizzante, anch’esso d’altronde espressione simbolicamente affine, e cioè il diffuso utilizzo di sostanze psicotrope per sfuggire all’insopportabile durezza della propria quotidianità. Camporesi illustra i mezzi con cui già all’epoca si ricercava uno stato alterato della coscienza: piante rare e medicine improbabili, ma anche sostanze più comuni e diffuse, come il papavero che induce il sonno e addolcisce l’anima, o il loglio mescolato alla farina, da cui si produceva un pane in grado di dare capogiri e un senso di ubriachezza.

Erbe dagli effetti sconvolgenti, tecniche allucinogene diffuse, manipolazioni oniropoietiche, fantasie sovreccitate da miti, fabulazioni, racconti densi di mirabilia: viaggi nel sovrannaturale, cosmografie fantastiche, paesi e reami costruiti con lo stesso tessuto di cui sono fatti i sogni, il paradiso deliciano, cuccagna e le isole della beatitudine; fantasie visionarie, allucinazioni millenaristiche, affabulazioni religiose e balbettamenti demenziali; la sublimazione dell’idiota e il rispetto-terrore per il demente; stregonesche distillazioni di erbe dai poteri strani, filtri e incantesimi; folletti e licantropi, «iguane», fate e regine del giuoco, Morgana e Magloria, la Regina Maab, Arlecchino e la sua masnada, gli incubi e i succubi, incantatori, maghi e indovini, la memoria nostalgica dell’orgia collettiva e del banchetto sabbatico; l’antropofagia e il vampirismo, il volo notturno e i congressi delle streghe: l’immaginario collettivo demoniaco e notturno delle generazioni dell’età preindustriale nasce dal mondo della fame, della frustrazione come compensazione illusionistica dell’alienazione esistenziale.

Nella trattazione di Camporesi, emerge l’idea che questo attacco alla narrazione del reale sia sì corrosivo, ma non certo in grado di modificare i rapporti gerarchici della società: porta a una fuga illusoria, non a un riscatto dalla povertà. L’autore giunge anzi a ipotizzare che questo meccanismo funzioni come una valvola di sfogo per disinnescare le tensioni sociali, e adombra la possibilità che il fenomeno sia stato in parte voluto o fomentato dagli stessi vertici del potere.

Il contesto culturale e sociale è fondamentale. Il quadro a tinte fosche tratteggiato da Camporesi non è causato solamente dall’allucinazione, ma dalla cornice di norme e rapporti di potere in cui questa va a innestarsi. Ben diversi sono gli effetti di una visione indotta dalla piante allucinogene, quando essa trova un terreno adatto a riceverla e integrarla nello spirito della vita collettiva.
Su questo aspetto, uno dei fondamentali testi di riferimento è Piante degli Dei, di Albert Hofmann, Christian Rätsch e Richard Evans Schultes. Il libro, scritto nel 1979, è un approfondito saggio sulle piante allucinogene, che vengono trattate sia nei loro aspetti botanici e fitochimici, che per quanto riguarda l’importanza etnografica che hanno assunto nelle culture di diverse popolazioni. La fama degli autori non ha bisogno di presentazioni, e di certo il loro lavoro non delude: il testo è un vero e proprio classico dell’argomento, curato e preciso in ogni dettaglio. La recente traduzione italiana, a cura di Venexia, rende pienamente onore alla sua importanza, con una pubblicazione elegante e ricca di immagini di gran pregio (qui la scheda del libro sul sito della casa editrice).

In diverse culture tradizionali, l’uso religioso di essenze allucinogene è parte integrante e fondamentale di rituali e iniziazioni. La pianta o il fungo che le contiene viene in genere considerato un dono divino, se non la manifestazione stessa di una divinità.

Dopo una parte introduttiva, e un utile “Dizionario delle piante” che le elenca e ne riassume le caratteristiche, Piante degli Dei si apre in una serie di approfondimenti sulle più importanti specie enteogene. Si va da quelle più note, come l’Ayahuasca, o il Peyote, a quelle forse meno celebri, ma ugualmente importanti per il loro impatto culturale e antropologico, come l’Iboga, utilizzato dalle tribù dei Pigmei.

Secondo la legge degli indigeni, un iniziato non può accedere al culto finché non ha visto Bwiti e può vedere questo dio soltanto mangiando l’iboga. Le complesse cerimonie e le danze tribali associate al consumo di questa droga variano notevolmente da un posto all’altro. L’iboga entra anche in altri aspetti del controllo degli eventi da parte dei bwiti. Gli stregoni la prendono per cercare informazioni dal mondo degli spiriti e le guide del culto possono assumere l’iboga per un giorno intero prima di consultare gli antenati.

L’uso di sostanze naturali allucinogene non è certo confinato a lontani popoli d’oltreoceano o dell’Africa. Come anche Camporesi sottolinea, la visione indotta è parte anche della nostra storia, ed è ben più diffusa di quanto comunemente si creda. Diversi capitoli di Piante degli Dei sono dedicati a specie che crescono comunemente nelle nostre terre, e che riecheggiano nelle pagine di leggende e sortilegi: il Giusquiamo, ad esempio, o la Belladonna, oppure l’Amanita muscaria, l’iconico fungo che compare in moltissime illustrazioni di fiabe per bambini.

Esistono prove indiscutibili circa l’uso dell’ovolo malefico come allucinogeno tra i Dogrib (Indiani del gruppo Athabasca), che vivono sui monti Mackenzie nel Canada nord-occidentale. Queste tribù indigene si servono dell’Amanita come sacramento nelle loro pratiche sciamaniche. Un giovane iniziato raccontava, qualsiasi cosa lo sciamano gli avesse fatto: «Mi aveva strappato a me stesso. Non avevo più volontà, né potere su me stesso. Non ho mangiato, né dormito, né pensato, non ero più nel mio corpo”». In una seduta successiva, scriveva: «Purificato e pronto per la visione, mi alzo, una bolla di semi nello spazio, pronta a scoppiare. Ho cantato la melodia che manda in frantumi ogni ordine. E la nota che infrange il caos, e mi ricoprii di sangue. Sono stato tra i morti e ho affrontato il labirinto.» La sua prima esperienza coi funghi lo ha portato alla disgregazione di se stesso e la seconda all’incontro con gli spiriti.

E’ un vasto abisso culturale quello che separa l’analisi di Camporesi dalle descrizioni di esperienze e usanze che arricchiscono Piante degli Dei. Il primo scorge nell’allucinazione una fuga inutile dalla realtà, una fantasia sterile che diventa uno degli strumenti coi quali una società iniqua rimane tale. Hofmann, Schultes e Rätsch ci mostrano che la stessa sostanza può divenire invece una potente, sacra e creativa forma di immaginazione: non mero escapismo, ma la capacità di visione in grado di integrarsi con l’esistenza e tracciare nuove strade alla vita.

La differenza è solo in parte nella prospettiva degli autori: fondamentale è anche il contesto in cui si svolge il fenomeno.
La società tradizionale fornisce strutture culturali e religiose per trasformare l’esperienza individuale in un intreccio collettivo e armonico; prepara all’incontro con l’esperienza visionaria grazie a purificazioni, rituali e narrazioni, che diventano un vero e proprio filo d’Arianna per orientarsi in quello che altrimenti sarebbe un labirinto caotico. Così l’agente corrosivo non è un solve fine a sè stesso, ma un viaggio in altri regni dell’essere, a cui segue il coagula dell’integrazione dell’esperienza personale nel tessuto sociale.
La disgregata società pre-industriale, di cui Camporesi si occupa in Pane Selvaggio, è tragicamente orfana di questi e altri fondamentali organi del pensiero collettivo. E’ una disgrazia culturale in cui siamo ancora tragicamente immersi, e alla cui risoluzione sarebbe urgente correre ai ripari.

E’ possibile ripristinare una cultura che accolga il rinnovamento di queste antiche ed eterne forze corrosive, senza trasformarle nel meccanismo di uno schiacciante Leviatano meccanico? Come un sentiero che attraversa la storia, l’uso di sostanze allucinogene per pratiche sacre giunge fino alla nostra epoca. Il sacro, nel nostro panorama attuale, è però innanzitutto “spiritualità“: ricerca individuale e libera, slegata da strutture e regole condivise socialmente, che invece appartengono a quella “religione” che ormai è sentita dai più come una parola negativa, quasi un’offesa.
Si tratta d’altronde di una tendenza diffusa, che paradossalmente pone l’individuo al centro del mondo, ma al tempo stesso lo annega in una massa anonima e cieca. Come possono i “semi della civiltà” crescere in un terreno così impervio?

Sia la terrificante vertigine collettiva di Camporesi, che le preziose osservazioni etnografiche raccolte in Piante degli Dei, possono dunque convergere in un insegnamento prezioso. Le forze corrosive non sono prive di pericoli, ma nel giusto crogiolo possono rivelarsi strumenti potentissimi. Il fattore fondamentale, però, resta la materia prima su cui vanno ad agire – quell’intreccio di individualità e relazioni che è l’anima.

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