Gli amici simbolici e la famiglia asimmetrica

Il 18 maggio del 2021 è morto Franco Battiato. Poco dopo, il 5 luglio, è morta Raffaella Carrà. Notizie come queste esplodono come un fulmine a ciel sereno: dapprima le annunciano come un lampo, sui telegiornali e sui siti di informazioni; ma poi riecheggiano a lungo fra i social network e le discussioni private, proprio come il rimbombare di un tuono.

I due personaggi non potrebbero essere più diversi fra loro. Pur essendo quasi coetanei, e appartenendo grossomodo allo stesso periodo culturale, la loro fama fa riferimento a due diversi settori di pubblico, che solo in minima parte si sovrappongono. Tuttavia, la reazione popolare alla morte di entrambi è stata simile, e ha mostrato un tratto rilevante dal punto di vista simbolico: la maggior parte delle persone ha espresso non solo dispiacere, ma senso di perdita, quasi un lutto avvertito a livello personale.

Il cordoglio merita sempre rispetto, e non va giudicato. Pur con il dovuto tatto, è possibile tuttavia interpretare questo fenomeno di massa, cercare un significato che corrisponda a questo segno diffuso. La cosa più evidente (ma proprio perchè è così scontata, non balza all’occhio) è che fra le persone del pubblico e il divo tende a instaurarsi una sorta di transfert, per cui il VIP viene caricato di sentimenti e modalità relazionali di solito riservate ad amici o familiari. Per certi la Carrà incarna la figura della sorella più libera e smaliziata, o per i più giovani della zia; per altri può rappresentare un desiderio o addirittura un’amore, quasi una morosa. Similmente, Battiato – con la sua compostezza, e le sue ricerche a metà fra il filosofico e l’esoterico – si colloca come una guida, a metà fra il padre e il maestro.
Sono soltanto due esempi, resi più evidenti dall’onda emotiva suscitata dalla dipartita, a sua volta amplificata dai meccanismi di riverbero dei social network. Ma essenzialmente ogni personaggio famoso può diventare l’ancora di una simile proiezione – persino quelli fittizi, addirittura i protagonisti dei cartoni animati.

Fumetto di Sarah Anderson – https://twitter.com/sarahcandersen/status/1276886372364812289

L’aspetto principale di queste relazioni è la loro asimmetria. Posso provare rispetto per un calciatore, magari sono mezzo innamorato di un’attrice – il fatto è che loro, invece, neanche sanno chi io sia. Come in una sorta di panopticon emotivo, le folle adorano il divo a livello personale, ma non vengono certo ricambiate.

Si potrebbe dire che anche le relazioni personali hanno sempre una componente di asimmetria. Non sempre l’amore che provo per un partner è ricambiato con la stessa intensità, nè la fiducia che ripongo in un amico è per forza corrisposta. Tuttavia questa disparità, insita nei contatti umani, viene elevata all’ennesima potenza nei confronti delle figure pubbliche. A volte si arriva a sfiorare la mitizzazione, l’attribuzione di un ruolo quasi divino: una parte che viene cucita addosso al personaggio di turno, che lui lo voglia o meno.

La tendenza, oltretutto, non è nemmeno così recente come potrebbe sembrare. I nostri avi non si disperavano forse per la morte di un Papa, o per la malattia di un re, quasi che fosse il loro padre quello che veniva a mancare?
Quello che cambia, nel panorama contemporaneo, è forse la proliferazione di questi rapporti. All’assottigliarsi numerico dei rapporti familiari stretti e delle amicizie più salde, si contrappone un aumento vertiginoso di personaggi virtuali, che scambiamo per nostri prossimi: una vera e propria famiglia simbolica, con cui si interagisce a senso unico.

Si potrebbe chiedersi se questo meccanismo simbolico – di per sè spontaneo – non sia stato riconosciuto e sfruttato dai fabbricatori di quel prodotto commerciale che è lo spettacolo di massa. Se nel predisporre l’immagine pubblica di una nuova star, non vengano studiati a tavolino i suoi ruoli affettivi e familiari. Se – soprattutto – la spinta su questa dinamica non porti a una forma subdola di controllo, perchè in fin dei conti la disparità nei rapporti (anche emotivi) è una delle fondamenta del potere.

Da un lato sarebbe assurdo predicare l’anaffettività assoluta nei confronti delle figure dello spettacolo: l’empatia, anche astratta, è una tendenza fondamentalmente umana, e sforzarsi di sopprimerla porterebbe a scarsi risultati, se non quello di guastare l’emozione che una partecipazione sana può offrirci.
Tuttavia, è bene riconoscere e tenere sotto controllo questo aspetto: non solo per evitare che uno sbilanciamento emotivo sul virtuale vada a minare ulteriormente la già erosa rete dei nostri rapporti interpersonali concreti; ma anche per prevenire usi discriminati e pericolosi del rapporto affettivo simbolico da parte di personaggi assetati di potere.

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