Il dio degli incroci – recensione

I pioppi gettavano ombre oblique sulla terra. Il sole del pomeriggio illuminava le zolle. Dal suolo veniva un calore profondo, brulicante di insetti e di vita. Mi sono fermato, a un certo punto, e ho capito di non essere solo. Il campo era vivo. Non per gli insetti o le rane nel fosso. Era il luogo vivo di un suo spirito confuso nei blocchi di terra e nell’ombra tremolante. Una vita altrettanto reale delle piante che spuntavano dall’asfalto. Reale come sono reali le poesie, l’immaginazione, l’anima.
Stefano Cascavilla, Il dio degli incroci (Edizioni Exorma)

Nella mia ricerca sul simbolismo, uno degli aspetti che più mi hanno attratto negli ultimi anni riguarda l’interazione fra luogo e immaginazione. Fra la casa e chi la abita, ad esempio, c’è una corrispondenza simile a quella fra il macrocosmo e il microcosmo. Lo stesso vale per le città, tant’è che la pianta dei centri più antichi può essere letta come se fosse un mandala, un glifo che esprime l’identità del popolo che la abita; similmente, anche il pieno spaziale delle periferie configura un groviglio vuoto di significato, simbolo altrettanto eloquente di un’imperante epidemia dello spirito. Non solo gli spazi abitati, ma anche il paesaggio naturale assume un senso simbolico, che si ritrova in diverse espressioni, dalle tradizioni religiose fino ai racconti del folklore.

In Il dio degli incroci di Stefano Cascavilla (Edizioni Exorma, 2021) ho ritrovato molte delle mie considerazioni riguardo questi aspetti, e ancor più ricca è stata la messe di stimoli nuovi per riflessioni e ricerche future.
Il fulcro del testo è il concetto di genius loci: uno spirito sfuggente eppure dotato di una forte presenza, che esprime l’essenza di un luogo con una sacralità a volte benevola, altre tremenda. Difficile dire cosa sia davvero questo genio. E’ simile a una divinità? E’ solo una credenza del passato? O è una proiezione dell’inconscio collettivo, che anima la terra col riflesso della mente umana?

Stefano Cascavilla ci conduce in un appassionante viaggio letterario, sulle tracce di dei e folletti, fra santi cattolici e montagne sacre a Shiva. Di un vero e proprio viaggio, si tratta, perchè l’autore ha al suo attivo una formidabile rete di esplorazioni, dall’America del Sud all’Africa, fino alle cime dell’Himalaya ma senza dimenticare gli antichi cammini della nostra penisola. Si rimane affascinati dai suoi racconti, che non sono mai nozionismo turistico, ma un confronto vivo e diretto con le culture locali, espresso in modo coinvolgente al punto che in certi passi pare quasi di calarsi in una esplorazioni di culture diverse, che sia una valle albanese o un mercato nel Malawi.
Non si tratta certo di escapismo di viaggio. Il confronto fra culture diverse serve ad affinare la comprensione di cosa significhi abitare, di quale senso abbia il nostro stare al mondo. Un significato della massima importanza, al punto tale da essere sacro. Eppure la società contemporanea – fatta di astrazione e profitto, intercambiabilità, sfruttamento – pare essersene dimenticata, o forse lo nega appositamente e colpevolmente.

E’ così che il genius loci sembra essere scomparso, tramontato nell’oblio della storia, con l’infame etichetta di “superstizione”. Tuttavia, senza quel confronto, senza il dialogo con il sacro espresso da un luogo, stiamo rovinando tanto la terra quanto le nostre vite. Il dio dei luoghi, in un certo senso, è sempre lì fuori, ma rinnegandolo non facciamo che suscitare il suo rancore:
Siamo abituati a riconoscere il freddo materiale di una stanza, a coprirci o accendere la stufa. Ma non siamo più abituati a riconoscere il freddo dell’anima di un luogo, il carattere vendicativo e ostile di un dio, e non abbiamo strumenti per difenderci. Così passiamo la vita circondati da oggetti e comodità, in luoghi inospitali – che noi stessi abbiamo realizzato – che ci scaldano il corpo ma lasciano l’anima a morire di freddo. E non capiamo nulla di cosa ci succede.

Cascavilla evoca lo spirito dei luoghi con la capacità di un’incantatore, senza mai definirlo in categorie statiche, ma rendendolo una presenza viva e vivificante. Il grande merito del suo libro è di non essere una mera ricerca antropologica o folkloristica, quasi un museo di carta in cui si archiviano reperti del passato. Il dio degli incroci esprime invece una necessità attuale e quanto mai urgente: una rivoluzione e un ritorno alle origini del pensiero, per smettere di imporre ciecamente un modello di vita insostenibile tanto per l’ambiente che per l’uomo stesso, e tornare a orientare il nostro abitare sulle linee di un dialogo che arricchisca entrambe le parti:
Gli alberi abbattuti, il torrente chiuso dal cemento, il piccolo parco abbandonato tra i rifiuti. Il dio del luogo è amputato e incattivito, ci perseguita, ci avvelena. E siamo contaminati anche noi che di quel luogo facciamo parte.
Il mito della Torre di Babele ci illumina sul gioco eterno che oppone la nostra smania costruttiva alle forze naturali. Potremmo già da ora smettere di tormentare il luogo come tormantavamo gli orsi nelle piazze. Potremmo comprendere finalmente che anche la collina, l’albero, il campo hanno un’anima e che, alla fine, quell’anima è anche la nostra.

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