Il tamburo e gli dei

L’unione degli opposti

Un dio dimenticato riemerge dalla notte della storia. Non ha la bellezza di una Apollo greco, né la composta solennità di un Osiride egizio. Anzi, a guardarlo pare un mostro. Ha il torso di un uomo, ma al posto delle gambe si snodano due serpenti. Ha la testa di un gallo, ed è pure armato di tutto punto: uno scudo per difendersi, e una frusta per attaccare. Persino il nome ha un che di arcano, quasi spaventoso: Abraxas.

Eppure questo dio misterioso ha conosciuto un grande successo, diffondendosi in un culto trasversale in tutto il bacino del Mediterraneo, per un periodo che va dal I al IV secolo dopo Cristo. Se ne trovano le tracce nei testi gnostici che ci sono pervenuti, ma soprattutto nelle gemme e nei papiri usati per pratiche magiche.

Poi, improvvisamente, Abraxas scomparve dalle scene, come un astro che tramonta all’orizzonte. Nonostante il suo impatto sulla cultura dell’epoca, di questo misterioso nume non ci resta che qualche accenno a margine nei grandi manuali della storia.

Per rimediare a questa lacuna, Paolo Riberi e Igor Caputo hanno dedicato alla figura del dio un libro intitolato Abraxas: la magia del tamburo (2021, Mimesis edizioni). È una monografia approfondita e ben documentata, ma di facile lettura e accessibile anche al lettore non esperto. Non era un compito facile: il culto attorno al dio non era organizzato in una chiesa univoca, con dottrine ben definite e testi canonici. Il mondo gnostico, in cui la figura della divinità si cristallizza e diffonde, era composto da correnti e scuole con visioni anche molto diverse fra loro, e a ciò corrispondono dottrine e miti a volte discordanti.

Ciò vale anche per Abraxas: certe fonti lo dipingono in tinte negative, come il demiurgo responsabile del mondo materiale, la prigione distorta in cui l’uomo è ingabbiato. Altri testi lo descrivono invece come un’emanazione del vero Dio, impegnato nell’opera di diffondere la Gnosi che può salvare e liberare l’umanità.

Due prospettive sullo stesso nome. Abraxas è buono o malvagio, è un angelo o un arconte? La figura stessa, in fin dei conti, è duplice: il gallo rimanda al sole, perché è l’animale che col suo canto annuncia il sorgere della luce; il serpente, invece, simboleggia l’oscurità, perché striscia nelle profondità della terra. Opposti che coesistono: ecco la natura di Abraxas, ed ecco il motivo della sua importanza, del culto che gli venne attribuito.

Una delle gemme magiche raffiguranti Abraxas – illustrazione da Abraxas: la magia del tamburo (Mimesis edizioni)

Riberi e Caputo sottolineano il ruolo centrale – letteralmente – che una simile figura assume nella cosmologia gnostica. Secondo le teorie della scuola gnostica che fa capo a Basilide, Abraxas sarebbe sì il sommo arconte, colpevole della creazione nell’ignoranza che causò il mondo materiale; ma si sarebbe ravveduto riconoscendo il vero Dio, e mettendosi al suo servizio. In questo modo, Abraxas funge da cerniera, una porta fra i mondi: il fulcro che lega il Pleroma, il mondo eterno della pienezza, all’esistenza transitoria e imperfetta della realtà materiale. Nuovamente, dunque, un’unione di realtà apparentemente inconciliabili, congiunte in un dio tanto paradossale quanto potente. Ecco spiegato, inoltre, il motivo per cui Abraxas ebbe tanto seguito, non come devozione in un culto con templi e sacramenti, ma nell’utilizzo in pratiche magiche. Nell’ottica gnostica, sarebbe assurdo implorare favori al Dio assoluto: si tratta di un principio eterno, che l’uomo non può influenzare né con suppliche né con offerte. Diverso è il caso di quello che è – a tutti gli effetti – il “re di questo mondo”, il sommo potere nella metà inferiore della creazione, quella che abitiamo e normalmente percepiamo. Un potere che l’uomo può impugnare in maniera anche coercitiva, non con la preghiera ma con la téchne magica.

Il ritmo divino

Riberi e Caputo svolgono un eccellente lavoro nell’introdurre il mondo dello gnosticismo, e nel tratteggiare i vari aspetti di Abraxas, in maniera accessibile anche ai non addetti ai lavori. Ma il libro non è una semplice monografia su dati consolidati. Nel testo, gli autori propongono una tesi innovativa ma convincente: quello che la divinità regge non sarebbe uno scudo, ma un tamburo.

Non si tratta di un dettaglio di poco conto, una semplice disquisizione attorno a un attributo iconografico. Il tamburo, infatti, è lo strumento per eccellenza dello sciamano. Ciò permette di ipotizzare un’origine sciamanica di Abraxas, forse proveniente dai contatti fra la cultura mediterranea e l’oriente. Un dio uccello che viaggia fra i mondi suonando il tamburo: anche lo sciamano, in fin dei conti, attraversa i regni opposti, proprio come Abraxas incarna il passaggio fra il tempo e l’eternità.

Il legame fra ritmo e dimensione sacrale, d’altronde, è antico e potente. Ad esplorarlo è un altro libro, anch’esso di recente pubblicazione in Italia: Quando le donne suonavano i tamburi di Layne Redmond (2021, Venexia Editrice).

L’autrice ripercorre la storia della sacralità femminile. Dalla Dea Madre preistorica si giunge alle diverse dee delle civiltà antiche: Hathor, Iside e Sekhmet in Egitto; Inanna, Ishtar e Astarte fra i sumeri; e poi Artemide, Demetra, Afrodite, Cibele, nella koinè religiosa greco-romana. Una linea matriarcale del sacro, a cui corrisponde un sistema valoriale fatto di pace e rispetto, e a cui era dedicato un sacerdozio rigorosamente femminile.

Il matriarcato dell’antichità non è un tema facile da studiare. A volte negli studi storici si inseriscono schermi ideologici pur legittimi, ma che rischiano di distorcere la prospettiva riscrivendo un passato mitizzato, quasi una proiezione di istanze sociali presenti sullo schermo della storia antica. Nel testo di Redmond, e nelle fonti che utilizza, questo influsso è evidente: le sacrosante rivendicazioni attuali del femminismo portano a una rilettura dei trascorsi della nostra civiltà, reinterpretandone la storia come una millenaria lotta fra un potere femminile buono, e una forza avversaria maschile, violenta e rapace. Non è sempre facile distinguere quanto questa teoria corrisponda al vero, e quanto invece corrisponda a un’autoconvinzione. Ci sono testimonianze scritte e reperti archeologici, è vero, ma c’è sempre il rischio di un inconsapevole cherry picking che porta a convalidare l’idea di partenza.

D’altro canto, su questo argomento si riversa un notevole apporto emotivo, sia da parte di chi sostiene la realtà storica di un matriarcato antico, che per i detrattori di questa teoria. Così, il più delle volte si rende difficile cercare la realtà storica sull’argomento, perché ci si infila in uno spinoso conflitto che – dietro la superficie della ricerca storica – rappresenta in realtà uno scontro fra valori opposti all’interno della società odierna.

Quando le donne suonavano i tamburi si inserisce – è vero – in questo difficile filone, ma con una rara consapevolezza del livello in cui il proprio discorso si muove. Così la stessa autrice premette che “La storia stessa è una forma di creazione mitologica. La versione ufficiale della nostra mito-storia influenza la nostra comprensione del mondo e il nostro posto in esso. Filtrando la nostra percezione della realtà, definisce cosa sia accettabile e cosa no e dà forma al nostro senso del sé. Riportare alla memoria il fatto che siano esistiti periodi della nostra storia in cui società basate sulla dea hanno funzionato pacificamente per secoli e secoli, in accordo con credenze religiose più democratiche di quelle attualmente esistenti, aiuterebbe donne e uomini a eliminare stereotipi culturali oppressivi e distruttivi. Questa conoscenza ritrovata sta aiutando donne e uomini a trasformare se stesse e se stessi e quindi la propria cultura.”

Redmond riassume dunque la millenaria mito-storia della dea e delle sue sacerdotesse, nonché delle società pacifiche e in armonia con la natura che nascevano da questi culti. L’autrice, tuttavia, non è stata solo una ricercatrice di storia e mitologia, ma anche una musicista specializzata in percussioni; il percorso della sua vita la portò appunto a unire questi due aspetti, in un’espressione sacra del ritmo che riassume e continua una storia antichissima.

Il tema conduttore del libro è appunto questo binomio, innegabile e documentato nel modo più rigoroso: il ritmo delle percussioni e la sacralità femminile. Dal sistro di Iside al tamburo di Cibele, la cadenza è una caratteristica ricorrente associata alle divinità femminili, e per traslato uno degli strumenti rituali usati dalle sacerdotesse della Dea dai mille volti.

La dea Cibele con il tamburo a cornice – illustrazione da Quando le donne suonavano i tamburi di Layne Redmond (2021, Venexia Editrice)

Redmond tesse il suo discorso con potenti e preziose suggestioni, che fanno perdonare la libertà a volte eccessiva nella ricostruzione del passato.

Il tamburo segna il ritmo della natura, così come la luna che cresce verso la pienezza, e poi cala fino a svanire; un ritmo marcatamente femminile, che si riflette nel tempo del ciclo mestruale. Una cadenza che è armonia con la natura, che sincronizza l’umanità alla natura e con la terra, con la ruota delle stagioni, con i tempi della semina e del raccolto.

Il tamburo induce alla trance, è la chiave del viaggio sciamanico: solleva l’anima e la trasporta nel mondo degli spiriti. Forse perché – e qui sta una delle più belle intuizioni di Layne Redmond – quel ritmo riecheggia il battito del cuore della madre, il primo suono che sentiamo quando ancora siamo nell’utero, prima di nascere. Evocandone i rintocchi, il tamburo è in grado di portarci oltre la riva dell’essere, in quella sfera che Goethe chiamò non a caso “Il regno delle Madri”.

Quando le donne suonavano i tamburi ha un titolo al passato. Redmond traccia infatti la continuità storica di questa tradizione nella spiritualità femminile, ma ne affronta anche la drammatica fine, la dolorosa perdita di una tradizione antichissima. “Come ha potuto l’onnipotente Grande Madre” – si chiede l’autrice – “il cui tamburo a cornice per migliaia di anni ha chiamato donne e uomini a condividere la sua divinità, svanire completamente così che, in soli mille e cinquecento anni dopo l’ultima festa di primavera nel tempio di Cibele a Roma, noi a malapena sappiamo della sua esistenza?

Redmond usa un termine forte ed evocativo: espropriazione. Il tamburo, e tutta la simbologia ad esso connessa, è stato strappato di mano dalle donne. Il maschile Dio della Tempesta lo ha sottratto alla Grande Madre. Il ritmo pacifico della natura si è mutato nella cadenza che segna il passo degli eserciti in marcia, nelle percussioni che incitano gli schiavi di ieri e di oggi a costruire opere faraoniche.

Un conflitto che – nella mito-storia a cui aderisce il libro – inizia già nel IV millennio a.C., come una crepa nell’ordine naturale dell’umanità. Un’incrinatura che si allarga pian piano, ma che si schianta del tutto con l’incontro fra il Cristianesimo e l’Impero Romano.

Nel corso di questa guerra spirituale, gli antichi simboli della Dea vennero mutati di segno: animali e serpenti, un tempo benevoli attributi della Madre, divennero demoni. Le varie dee, che rappresentavano i mille nomi della grande progenitrice, vennero soggiogate al potere maschile, relegate al ruolo di spose e concubine, il più delle volte contro il loro stesso volere.

Anche i tamburi subirono la stessa sorte. Vennero banditi dalla sfera del sacro, di fatto fu proibito alle donne di suonarli. L’intera musica divenne appannaggio di un patriarcato imperante.

Il ritorno degli archetipi

Nel IV secolo d.C., Abraxas scomparve dal palcoscenico della storia. Attorno allo stesso periodo, anche la ritualità femminile del tamburo venne soffocata nel silenzio.

Eppure, gli archetipi non scompaiono mai del tutto. Possono inabissarsi, ma continuano il loro corso come un fiume sotterraneo, anche se in superficie non se ne trova traccia. A volte passano secoli, anche millenni, ma prima o poi il loro astro tornerà a sorgere.

Nel Rinascimento, il nome di Abraxas torna a comparire nella letteratura. Si tratta soltanto di alcuni accenni, la scintilla che precede l’incendio. È solo nei secoli più recenti, infatti, che la figura del duplice dio torna prepotentemente sulle scene culturali e spirituali.

Lo psicologo Carl Gustav Jung, appassionato ricercatore di gnosticismo, ne fece una delle figure del suo personalissimo sistema immaginale; un cosmo simbolico tramite cui Jung esplorava e affrontava l’anima umana. La figura di Abraxas è centrale nei celebri “Sette sermoni ai morti”, in cui Jung si abbandona a un linguaggio colorito e fortemente gnosticizzante, per descrivere i propri travagli interiori. Nel testo di Jung, Abraxas svolge l’azzeccato ruolo di cardine in cui gli opposti si unificano: vita e morte, giorno e notte, bene e male.

Parallelamente, un altro grande e controverso protagonista della storia spirituale moderna attingeva all’archetipo di Abraxas. Aleister Crowley attinse ampiamente da fonti antiche per creare i suoi sulfurei sistemi magici, e il nome del dio anfibio compare in molti suoi rituali e incantamenti.

Da questi due araldi discende una fitta ricorrenza di allusioni ad Abraxas, che ha riportato in voga l’arconte gnostico, seppur nel teatro a volte superficiale della cultura pop.

Si va da citazioni letterarie, come quella nel Demian di Hermann Hesse, che non a caso era molto legato alla figura e al pensiero di Jung; a comparse musicali, come il disco di Santana, intitolato per l’appunto Abraxas. È nei fumetti e nei telefilm più recenti, tuttavia, che l’antico dio ricompare più spesso, con ruoli a volte marginali, ma in una quantità tale che testimonia quanto la sua paradossale figura sia ancora capace di affascinare l’anima e trasmetterci emozioni vive. E

Il duplice arconte, però, svolge un ruolo anche in opere recenti e popolari ma più impegnate, come ad esempio nella prima stagione del telefilm True Detective: lì Abraxas non viene esplicitamente nominato, ma il suo ruolo archetipico è palese e viene accortamente rivelato da Riberi e Caputo.

Anche in questo aspetto, c’è una notevole sincronicità: torna Abraxas, ma tornano anche i ritmi della sacralità femminile. Come dicevamo, il libro di Redmond si propone come una ricerca storica, ma sotto questa veste si cela un deliberato progetto di reintrodurre i tamburi della Dea nell’attuale panorama culturale e spirituale. Il capitolo conclusivo è dedicato appunto alla storia di questo impegno, vissuto in prima persona da parte dell’autrice, nel ripristinare rituali e sonorità femminili: danze al tempo stesso nuove e antiche, ballate su ritmi antichi ma suonati da mani giovani.

Anche gli archetipi, dunque, si fanno coinvolgere in questa danza ciclica, scomparendo e ritornando nella storia degli uomini, come al ritmo di un grande tamburo cosmico.

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