Il Santo Sepolcro

Durante un viaggio in Alto Adige, mi sono fermato il paese di San Candido, e ho avuto la fortuna di visitare la Cappella del Santo Sepolcro, un piccolo tesoro di arte sacra e simbologia.

L’edificio fu fatto costruire nel 1653 da Georg Paprion, come ricordo di un pellegrinaggio in Terra Santa. Le sale sono decorate con affreschi e statue di legno, dal gusto popolare, spontaneo e ispirato. La stanza principale raffigura scene della passione, ma la parte più interessante, il vero e proprio fulcro simbolico, si incontra nella sala laterale.

Lì ci si imbatte in quello che è a tutti gli effetti un tempio nel tempio: sotto la cupola barocca, c’è quella che sembra a tutti gli effetti una piccola chiesetta. E’ una raffigurazione del Santo Sepolcro di Gerusalemme, una delle mete principali dei pellegrinaggi nella Città Santa.

La piccola stanza è in realtà una tomba. Ai fianchi dell’ingresso sono dipinte le donne in lacrime per la morte del Salvatore.

Lo stipite è basso. Per entrare bisogna chinare la testa. Gli spazi sono angusti, pare quasi di soffocare. C’è un altare di pietra, basso: è al tempo stesso un’ara e una tomba. Se ci si china, oltre il vetro, si vede che dentro c’è il cadavere del figlio di Dio.

E’ una statua in legno, certo, ma è cruda, realistica, dura. Pare rappresentare la fine di tutte le speranze che il Messia aveva portato con sè sulla Terra. “Osservando quell’immagine c’è da perdere ogni fede”, parafrasando Dostoevskij, nel celebre passo de L’Idiota dedicato al quadro di Hans Holbein, così simile a questa scena.

“Dio è morto”: lo si è ripetuto talmente spesso, che ormai questa frase si è consumata, ha perso di impatto. Eppure, ora che siamo nella tomba di Dio, questa realtà ci colpisce con tutta la sua tremenda forza.

Uscendo, però, si nota un dettaglio che prima ci era sfuggito. La porta del sepolcro è dipinta. Entrando non la si vede, perchè è piegata verso l’interno. Si mostra soltanto a chi esce, dopo aver visitato la tomba.

L’angelo dipinto sulla porta ci mostra che la tomba, in realtà, è vuota. Indicando il cielo, ci mostra la vera direzione verso cui rivolgerci. Non all’aspetto terreno, non a una vicenda storica di millenni addietro; ma in alto, nel cielo dello spirito, che è eterno perchè è sempre attuale. L’intero sepolcro è un simbolo: non dobbiamo fermarci all’apparenza esteriore, ma dobbiamo seguirlo, risalendo fino al significato.

E infatti, uscendo, alzando la testa, vediamo. Sopra, in cima al sepolcro, c’è il Cristo risorto. È sullo stesso asse verticale della tomba. Il corpo, sotto, è il seme a cui allude la parabola evangelica: marcendo nella terra, sviluppa un germoglio. E il trionfo della resurrezione è come il fiore che si sviluppa, in alto, da queste radici inferiori.

Ancora un piccolo dettaglio: all’interno della tomba, sotto una volta, è raffigurato il Velo della Veronica. Secondo la leggenda, la donna avrebbe pulito con un panno il volto del Cristo, e i lineamenti del Salvatore sarebbero rimasti impressi nel tessuto, quasi come un immagine stampata.

L’immagine è sospesa fra alto e basso, a metà strada fra il corpo nella tomba e la risurrezione superiore. In questo traspare pienamente la natura del simbolo: intermediario fra segno e significato, ponte fra terra e cielo, la scala di Giacobbe che riconnette le due metà dell’esistenza, altrimenti separate.

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