Simboli della pandemia

Ci sono eventi in grado di sconvolgere le nostre vite, modificando in pochi giorni abitudini e convinzioni che credevamo eterne. In genere si tratta di sciagure, quali le guerre, o le catastrofi naturali. Ai danni della tragedia si somma dunque la difficoltà del cambiamento, la vertigine che si prova quando scompaiono all’improvviso i propri punti di riferimento.

Queste transizioni epocali sono sempre accompagnate dall’emergere di simboli. La pandemia di Covid-19 non fa eccezione; un’analisi della costellazione simbolica catalizzata dal contagio non può che essere utile per comprendere più a fondo cosa la malattia ha significato per noi.

Giuseppe Maria Mitelli, La Maschera (1688)

Fra la realtà e la mente c’è una complessa danza.
I fatti non rimangono mai puramente oggettivi, ma vengono elaborati e interpretati, sia a livello individuale che tramite il sentire popolare. Gli avvenimenti concreti creano dunque immagini ed emozioni nell’anima sociale – dalla realtà si genera il simbolo.
L’anima sociale non è inerte, ma è il terreno che influenza decisioni, comportamenti, reazioni. Ecco dunque che le immagini che si agitano in essa rifluiscono nel mondo concreto: dal simbolo si genera la realtà.

(Nota: uso il termine “anima sociale” per scostarmi intenzionalmente dal concetto di inconscio collettivo. In essa ricomprendo tanto le strutture culturali consapevoli, che le pulsioni profonde, sotterranee, che ci spingono a nostra insaputa. L’anima sociale, poi, non è semplicemente la voce della massa cieca, ma un complesso universo immaginale che nasce anche dal rapporto fra individui e società, fra identità personale e collettiva.)

Con queste premesse, e tenendo conto che i simboli più attuali tendono a suscitare un dibattito sordo e polarizzato che vorrei evitare (vedi questo articolo per capire cosa intendo), passiamo ad analizzare alcuni dei simboli che la recente pandemia ha innescato.


L’isolamento

Lockdown. Uffici e ditte che chiudono. #Iorestoacasa, e se esco è solo per necessità urgenti, poi devo rientrare. Strade deserte, il costante ringhio dei motori finalmente tace. Non si può uscire dalla regione, poi neanche dal proprio comune; a un certo punto, nemmeno spingersi a più di 250 metri da casa. Chi è riuscito a tornare dall’estero, deve restare in quarantena nella propria stanza, senza nemmeno poter entrare in contatto con i propri cari.
L’isolamento imposto dall’epidemia va a colpire uno dei fondamenti della società stessa: l’interconnessione, lo scambio continuo che intreccia le nostre vite a quelle degli altri. L’individuo non è uno stato autarchico, capace di sopravvivere soltanto con le proprie risorse. Ciò vale sia in senso concreto, che psicologico: l’anima di ciascuno non è un nucleo chiuso in sè stesso, ma è fatta di relazioni, si nutre di contatto. (clicca qui per un approfondimento)
Ma il passo fra contatto e contagio è breve. Ecco dunque nascere le prescrizioni del distanziamento sociale: non bisogna avvicinarsi ad altre persone, bisogna restare ad almeno un metro di distanza, meglio se di più.

Si replica così nella vita di tutti i giorni un simbolo terribile, che già era apparso negli scenari della politica internazionale: l’isolamento. Nei primi anni del terzo millennio le nazioni hanno tornato a erigere muri. Un simbolo che speravamo fosse tramontato nel 1988, a Berlino, e che invece è tornato troppo presto a sorgere. I confini si sono riempiti di fili spinati. Una chiusura che soffoca, che spegne il dialogo. Il muro su un confine non è molto diverso da quello di una prigione.
Il Covid ha fatto chiudere i confini nazionali. E’ stata una delle prime contromisure all’epidemia. Ma in breve, questo muro invisibile si è moltiplicato, fino a raggiungere le nostre case, le nostre vite. Un filo spinato simbolico, che chi ha trasformato in tante piccole isole, cerchi chiusi con il raggio di un metro. L’individuo è preda di un assedio mentale e culturale.

Sia ben chiaro: la lotta alla malattia è una necessità. Se una misura per contenere e ridurre il contagio è efficace, va messa in atto, anche se il simbolo che essa esprime dovesse essere del tutto negativo. Ciò non significa, però, che il senso simbolico debba essere del tutto trascurato. Archiviarlo come una sciocchezza, come una fantasticheria di poco conto, significa andare in contro a gravi ripercussioni. Il simbolo rimane sempre presente nell’anima sociale, e se non si esprime consapevolmente, trova sempre altri mezzi, più grossolani e distruttivi, di far sentire la sua voce.
Se la necessità lo impone, dunque, si può anche ricorrere a mezzi simbolicamente infausti; ma occorre allora affrontarne i significati con una riflessione attenta e consapevole, dedicando loro l’attenzione che reclamano.

E’ significativo che l’isolamento di nazioni e individui appaia proprio in quella che è considerata la società delle telecomunicazioni. Al proliferare delle infrastrutture per connetterci, non corrisponde un maggior dialogo, anzi, forse si accentua il senso di solitudine di chi non è compreso, di chi ha una voce flebile.
Il Covid ha accelerato il processo di transizione verso servizi e luoghi di aggregazione telematici. Concerti in streaming, videochiamate, persino aperitivi fra amici in videoconferenza. Eppure, al tempo stesso si è reso evidente che queste misure sono succedanei. Questi tentativi dimostrano che abbiamo un bisogno di contatto, che lo cerchiamo anche oltre le limitazioni della pandemia, grazie alle nuove tecnologie di comunicazione; ma è innegabile che lo schermo non offra che un surrogato, nemmeno paragonabile alla presenza fisica. Appena è stato possibile, sono ripresi gli incontri alla vecchia maniera, e ormai nessuno più beve uno spriz-aperol in videocall. Resta da vedere se il tempo e la consuetudine – o la necessità – renderanno più accettabile la tele-presenza, e se questa sarà in grado di sostituire il contatto fisico.
Fino ad allora, la videochiamata fra amici resterà un meta-messaggio: non è tanto un contatto, quanto la disperata richiesta di un contatto vero.


Il gel igenizzante

Il contatto diventa contagio: nella profilassi sanitaria riecheggia l’antico simbolo dell’impurità rituale. Uno stato sia corporeo che spirituale, una sporcizia simbolica che avvolge l’intero essere. Moltissime religioni hanno riti che rispondono alla necessità di lavare via questa macchia: abluzioni, immersioni nell’acqua, oli profumati. Si purifica il corpo, per pulire in via simbolica anche l’anima.

Lì dove non giunge il rito stabilito culturalmente, capita di osservare gesti rituali spontanei e ossessivi, la mania quasi patologica dell’igiene, la compulsione di lavarsi le mani a ogni contatto, spesso anche più volte di fila. La cultura serve anche a dare strutture per affrontare nodi profondi: spesso ce ne disfiamo, perchè le crediamo superate, ma poi ci troviamo impreparati di fronte ai problemi a cui rispondevano.

Non è difficile intravedere nel gel igienizzante una versione attualizzate degli anti riti di purificazione. Quando ci sfreghiamo le mani con l’Amuchina, prima di entrare in un negozio, scimmiottiamo l’abluzione del fedele che si preparava per l’ingresso nel tempio.
Il passaggio dalla sfera sacrale a quella mondana può apparire degradante, ma d’altronde è questa la direzione dominante che si impone ai nostri tempi. In ogni caso, il simbolo dell’abluzione ha risonanze molto più propizie rispetto a quello dell’isolamento: è una pratica positiva e rassicurante, radicata nelle tradizioni. Non a caso, è una delle misure di prevenzione che meno ha sollevato proteste e ritrosie.


La mascherina

Il principale veicolo di diffusione del virus è il fiato. L’alito di un contagiato può spargere la malattia a decine di persone. In questo fatto si incardina un tremendo rovesciamento simbolico: il respiro, da sempre ritenuto l’essenza stessa della vita, diventa un vettore di morte.

Il principale mezzo per limitare la diffusione del Covid-19 è stata la mascherina. E’ un simbolo molto forte e carico di significati, tanto che ha accentrato su di sè gran parte dell’opinione pubblica, fino a diventare una sorta di metonimia dell’intero periodo di pandemia.

La mascherina è un chiaro esempio di come un mezzo potenzialmente utile a livello pragmatico possa provocare una reazione simbolica controversa e negativa.
La maschera infatti si ricollega a tutta una serie di significati ostili. La sua funzione principale è infatti quella di nascondere il volto: la indossa chi vuole celare la propria identità, e in genere chi ha un simile bisogno ha cattive intenzioni. Maschera è inganno, raggiro, truffa. La indossavano gli attori di teatro, ma è più comune fra i ladri. Persino il boia si copriva il volto.
D’altro canto, se la maschera è imposta, allora anche l’occultamento dell’identità viene vissuto come un obbligo. Ecco dunque che la prescrizione della mascherina appare come il tentativo da parte di un governo malevolo, che ci vuole tutti identici, omologati, privi di personalità. La mascherina nasconde il volto, non ci si può più riconoscere, la propria individualità ne viene soffocata.
A proposito di soffocare, la mascherina ha lo spiacevole effetto di rendere faticoso il respiro. In questo si rafforza il suo aspetto di costrizione, un legaccio odioso e duro da sopportare.
La mascherina, inoltre, copre la bocca, proprio come una sorta di museruola: e la bocca è proprio l’organo che simboleggia la voce, e quindi la capacità di farsi sentire, di far conoscere e far valere le proprie idee. Per chi non ha una voce stentorea, o per coloro che hanno problemi d’udito, la mascherina diventa effettivamente, e non solo simbolicamente, un ostacolo alla comunicazione.
Questi aspetti simbolici – potremmo definirli “collaterali” – della mascherina, si innestano poi nel tema generale dell’isolamento. Anche quando si esce di casa, ci si trova fra persone che oltre a rimanere distanti, hanno volti irriconoscibili, e non riescono a parlare. Sembra quasi un sogno d’angoscia, ma è un incubo concreto, che ciascuno di noi ha vissuto.

Nuovamente, è bene ribadirlo: tutti questi aspetti negativi non devono esentarci dall’indossare la mascherina, qualora il suo utilizzo potesse salvare anche una singola vita umana. Ma la priorità che la salvaguardia della salute giustamente reclama, non deve far sì che gli aspetti simbolici vengano trascurati. Una società e una cultura sana dovrebbero riconoscerli e affrontarli, discutendone e rispondendo con consapevolezza agli stimoli che essi ci rivolgono. L’alternativa è, per usare una metafora, inghiottirli senza masticarli, e di conseguenza digerirli male. Allora non c’è da stupirsi se torneranno a riproporsi in maniera spiacevole – e certe manifestazioni di piazza ne sono l’esempio lampante. Occorre inoltre fare estrema attenzione, perchè la dove manca la consapevolezza culturale, il popolo cade facile preda di manipolazioni politiche, che spesso fanno leva sul sentire simbolico dell’anima sociale.


L’untore

La mente umana difficilmente tollera la casualità. Spesso l’immaginazione riempie gli spazi che appaiono vuoti di senso, inscrivendo un’intenzionalità laddove effettivamente non ve n’è alcuna.
E’ inevitabile che col diffondersi dell’epidemia, inizino anche a diffondersi voci sui responsabili del contagio. I responsabili sono il più delle volte i capri espiatori già ben collaudati, come ad esempio i migranti, o in generale gli stranieri.
Altre volte si dà la colpa direttamente ai governi, o ai medici. Fake news e leggende metropolitane non sono un fenomeno esclusivo della nostra epoca. Cercando negli annali, se ne trovano le tracce, a volte con una sorprendente analogia rispetto alle storie attuali. Quanto segue, ad esempio, risale al 1884; è tratto da “Il Colera nelle credenze popolari d’Italia“, un articolo di Giuseppe Pitrè raccolto nel terzo volume del “Archivio per lo studio delle tradizioni popolari“:
Il colera è un veleno. Esso è sempre mandato dal Governo, personificato nel Re. Questi, e con lui i principi reali ed i capi dello Stato, lo fanno gettare o lo gettano essi stessi impunemente; ed hanno il contra, ossia il contravveleno, che dispensano alle persone di loro fiducia e simpatia. Se una di queste persone muore, ciò vuol dire, che nel gettare il veleno essa non fu abbastanza accorta perchè si guardasse la pelle, o non fu a tempo per prendere il contra; e se lo prese, ne sbagliò la dose. I medici sono quelli che meglio si prestano alla diffusione del colera. Essi sono pagati per far morire la povera gente: e minchione colui che si lascia persuadere a prender le loro ampolle!

Il Covid però ha segnato l’emergere di una nuova tipologia di untore: il runner. Una persecuzione tragicomica, quasi una farsa; eppure, anche questa non è priva di risvolti simbolici.
La storia è nota a tutti. Da un lato le ordinanze delle diverse autorità locali che vietavano in vario grado le attività sportive all’aperto, dall’altro gli irriducibili atleti che non volevano rinunciare alla corsa quotidiana.
Uno scontro apparentemente di poca importanza, che però ha polarizzato l’opinione pubblica creando accese divergenze. Quando si generano conflitti simili, è evidente che l’oggetto del contendere è legato a un simbolo attivo e importante per la popolazione (vedi qui per approfondire).

Dal punto di vista simbolico, correre è sia un’inseguimento che una fuga. In un contesto di obblighi accentuati e imposizioni generali, è chiaro che a prevalere sia il secondo aspetto. Il runner fugge dalle regole del lockdown, e in questo senso l’inasprimento delle ordinanze non può che accentuare la sua voglia di correre.
La si può leggere come una fuga dalla realtà, come l’auto-illusione di chi non vuole accettare la gravita della situazione. All’opposto, lo si può anche interpretare come la legittima evasione di un prigioniero, tenuto ingiustamente in gabbia: quella che per certi è “la realtà”, per altri è “una realtà”, imposta, fittizia, iniqua.

Anche quando le ordinanze la permettevano, la corsa del runner incontrava il biasimo di una notevole fetta della popolazione. Anche se lo sportivo correva da solo, in mezzo a un bosco, lo si accusava di infrangere le regole, mettendo a rischio la salute di tutti.
In queste schermaglie apparentemente risibili riecheggia uno scontro di prospettive epocale. Nell’ottica di chi vi partecipa, il conflitto si configura così: da una parte abbiamo l’adesione incondizionata alla regola, quasi cieca. “Le regole valgono per tutti”, “non si possono accettare eccezioni alle regole, anche se logiche, altrimenti tutti iniziano ad approfittarsene ed esplode il caos”. Dall’altra abbiamo la vasta schiera di coloro che se ne fregano delle leggi e delle regole, pensando soltanto ai propri comodi, al proprio tornaconto. In mezzo, fra l’incudine e il martello, c’è una minoranza di persone che rispettano non la lettera della regola, ma il suo senso, il suo fine; che la applicano ragionandoci, adattandola alle circostanze, senza seguirla pedissequamente.
Da un lato l’egoismo individualista, che se ne frega delle conseguenze sugli altri; dall’altro un collettivismo burocratico, letteralista, cieco. Sono gli aspetti deleteri dei due poli dell’essere umano: io e noi. D’altronde, non c’è da stupirsi che un’epidemia metta in risalto proprio i lati patologici della nostra essenza. In tutto questo, occorre sforzarsi per mediare con intelligenza fra regola e libertà, fra necessità sociale e volontà individuale: è l’unico modo per riportare il dialogo in quello che altrimenti rimarrebbe un bisticcio fra sordi.


La guerra al morbo

La tensione fra collettivo e individuo si intravede anche nella “chiamata alle armi” che ha coinvolto l’intera popolazione, una lotta al contagio che ha tutti gli aspetti di una mobilitazione totale.
Dai giornali alle radio, dagli spot per televisione alle valanghe di post sui social-network: siamo stati letteralmente bombardati con quella che ha tutto il sapore di una propaganda bellica. I messaggi riprendevano il tono e le metafore dei tempi di guerra. Guerra al virus, eroi che si sacrificano per sconfiggere il nemico, il fronte, la trincea, il coprifuoco. Persino i disertori: quelli che non seguono le regole, veri e propri traditori.
La guerra è un simbolo che purtroppo splende ancora forte sul panorama dell’anima sociale. Su quel violento modello parliamo di amore e di carriera, di farsi valere, di ottenere la verità.
Nel contesto della pandemia, il simbolo della guerra si è poi innestato nel contesto dell’isolamento: la chiamata alle armi contro un nemico comune ha dunque svolto il ruolo di aggregatore sociale, infondendo agli individui sperduti il senso di appartenere a un grande, unico esercito che lotta per il bene. Ecco dunque nascere tutta una serie di manifestazioni di appartenenza dal sapore patriottico, quasi militare: inni nazionali gracchiati dalle radioline sui balconi, bandiere appese, persino ronde per individuare e punire i trasgressori.
Inutile sottolineare che dimostrazioni così affettate non esprimono una reale identità popolare, ma al contrario la sua mancanza, la sua debolezza: si esagera, come se si stesse mimando, proprio per compensare ciò che non c’è.


Scienziati e sacerdoti

Fra gli improbabili protagonisti della pandemia, non possiamo che ricordare i virologi. Medici, ricercatori, esperti in malattie contagiose, che all’improvviso salgono alla ribalta, scrivono articoli sui giornali, si fanno ospitare nei salotti televisivi, twittano.
Nel marasma del Covid, il luminare appare come il detentore di una verità salvifica; ma anche come il castigatore che fustiga coloro che si comportano in maniera sbagliata. E’ evidente che questo è un modo infantile di pensare alla figura dello scienziato: il segno di un popolo alla disperata ricerca di un’autorità esteriore. E’ avvilente che questo sentire non sia limitato alle masse del pubblico, ma influenzi anche gli stessi scienziati, che inconsapevolmente o per calcolo accettano spesso di giocare il ruolo dell’esperto onnisciente e autorevole.
Va da sè che, con questo passo, il personaggio di turno travalica i limiti della scienza, uscendo dallo studio oggettivo della realtà, per spingersi in campi legati al sentire soggettivo. Quando un virologo esprime in televisione un giudizio di valore o una prescrizione morale, non sta di certo facendo scienza.
Le opinioni, si intende, sono lecite e permesse; anzi, è preferibile uno schieramento consapevole, che un’ignavia o un tentennamento. Tuttavia, uscendo dal campo della scienza, si entra in un campo intricato, in cui non esiste una verità indiscutibile. Il personaggio, allora, diventa attaccabile, e perciò rischia di perdere autorevolezza. Ecco allora che, per salvare capra e cavoli, sceglie di barare: dichiara che anche la sua opinione è scienza, e per tanto non è una posizione discutibile, ma una verità oggettiva.
Le conseguenze sono ben note: una giungla di “star-scienziati” che battibeccano fra loro, cercando di attirare più seguaci degli altri, difendendo le proprie opinioni come scienza, e attaccando quelle degli altri come ignoranza.
Questo triste spettacolo ha un tremendo effetto collaterale: scredita la scienza stessa. Se un sedicente scienziato afferma una cosa, e un altro afferma l’esatto opposto, va a finire che non si crede a nessuno dei due. Anzi, non ci si fida più della scienza in sè.
Dal Rinascimento in poi, la storia della cultura europea è stata segnata dal progressivo disfacimento del principio di autorità. E’ iniziata come un rinnovamento filosofico, e ora continua con queste risse fra polli: prima come tragedia, poi come farsa.

Un altro segno del crollo delle autorità sta nel rapporto fra sacro e malattia.
Al tempo delle grandi fedi, l’epidemia veniva affrontata anche e forse soprattutto tramite la religione. Pensiamo ad esempio alle processioni e alle preghiere, per chiedere a un santo o alla Madonna la fine del morbo. O ancora, alle storie di santi, in cui il protagonista si dedica eroicamente alla cura del malato, senza badare alla propria incolumità e al rischio dei contagi.
Il sacro, dunque, era una forza attiva capace di contrastare, e persino battere la malattia. Ora il rapporto si è invertito.
A causa del contagio, sono stati chiusi i luoghi di culti. Chiese deserte, messe sospese, pellegrinaggi proibiti. Se al giorno d’oggi un candidato alla santità volesse dedicarsi alla cura dei malati, riceverebbe aspri rimproveri: senza la necessaria formazione medica, rischierebbe di causare gravi danni, e di contribuire alla diffusione del contagio.
E’ giusto che sia così, diranno gli anticlericali; è un errore grave, sosterrà chi crede, e si vede preclusa una parte fondamentale della sua vita. Al di là degli schieramenti, non resta che prendere nota di questo evento, e rifletterci sopra come chiaro segno dello spirito dei tempi.


La natura si riprende i suoi spazi

L’arresto forzato di molte attività industriali, unito al blocco del traffico stradale, ha avuto un evidente ripercussione sull’ambiente. La qualità dell’aria è migliorata notevolmente. Molti animali selvatici, normalmente spaventati dal rombo dei motori e dall’incessabile trambusto degli umani, si sono riavvicinati alle città.

I social network si sono riempiti di foto con caprioli, volpi o cinghiali, che passeggiavano indisturbati per le vie di paesi piccoli e grandi. Si commentava commossi: “La natura si riprende i suoi spazi“, senza pensare che il segno potrebbe non essere così positivo come lo si vorrebbe. Se una percentuale sempre maggiore del nostro paese è fortemente antropizzata, vien da sè che gli animali selvatici sono costretti a scegliere se adattarsi all’ambiente urbano o morire di fame. Non è la natura a riprendersi i suoi spazi, ma noi che da tempo abbiamo invaso con il cemento e l’asfalto luoghi che sarebbero dovuti rimanere selvatici, per garantire un giusto equilibrio al territorio.

Ciò nonostante, il messaggio simbolico implicito in queste affermazioni è chiaro: l’attività umana e la natura non sono compatibili. Al retrocedere dell’una, corrisponde una ripresa dell’altra. E’ una visione semplicistica, anche se non del tutto infondata; la sua forza sta però nell’essere radicata in quel senso di colpa radicato nella nostra anima sociale, quel sentimento di fondo per cui la nostra civiltà, o la nostra vita stessa, sembrano quasi un crimine.

Il lockdown ha comportato un miglioramento della qualità dell’aria. Ciò va a innestarsi in quel complesso simbolico di cui abbiamo discusso sopra, per cui il contagio ribalta la vitalità del respiro in un vettore di morte.
Abbiamo dunque:
Attività umana → Aria inquinata
Malattia → Respiro avvelenato

Aria e respiro sono affini. Il pensiero simbolico tende alla sintesi, a collegare aspetti analoghi dell’esperienza. La conclusione non può che essere:
Attività umana → Malattia
Da qui l’idea, forse arbitraria ma di certo molto convincente, che la responsabilità del Covid sia del tutto nostra. Che l’epidemia sia legata all’inquinamento, allo squilibrio ambientale causato dalla nostra incivile civiltà. E naturalmente, si ritorna a un mitologema antico ma sempre attuale: la malattia è una punizione per una nostra colpa. Nei miti greci o nella Bibbia, il morbo era un castigo mandato dalle sfere celesti, per sanzionare una trasgressione umana. Oggi l’epidemia è “la Natura che si ribella“: la dea non è celeste, ma terrena, eppure nell’immaginazione popolare è anch’essa vendicativa.


Conclusione: il mondo malato

Pandemia. Un intero pianeta che si ammala. Il simbolo è chiaro: è una patologia dell’essere umano, una malattia che investe non solo il corpo, ma anche la mente, la cultura, la società. E’ questa la correlazione immediata, la più forte, e forse proprio per questo quella che più fa difficoltà a raggiungere la coscienza, pur influenzando nel profondo dell’anima sociale.

Ogni fatto che ci coinvolge emotivamente diventa una storia, costellata di simboli. Il culmine della narrazione del Covid sarà – forse – il vaccino. Il mostro viene sconfitto, il bene trionfa, la vita torna alla sua normalità. Eppure questa soluzione non è stata ancora completata, che già solleva polemiche, dubbi, paure. Anche questo simbolo spezza in due l’opinione pubblica, polarizzandola nell’ennesimo conflitto: chi si fida della scienza medica, e chi invece teme un imbroglio, un complotto per avvelenare ulteriormente l’umanità.

In questo dissidio, c’è un dettaglio che passa in secondo piano, ma che dovrebbe farci rizzare i capelli: la crescente somiglianza fra la nostra società e un allevamento intensivo di bestiame.
Se tenete quattro galline libere di razzolare in un cortile, potete tranquillamente lasciarle a sè stesse. Magari ogni tanto una si ammala, e allora la si cura, se serve anche con qualche farmaco. Ma la situazione cambia radicalmente se avete migliaia di galline strette in un capannone, chiuse in piccole gabbie l’una di fianco all’altra. Allora la malattia di un individuo si propaga agli altri, come una fiammella nella paglia secca. Di conseguenza, si rende necessaria una farmacologizzazione pesante e preventiva. Antibiotici quotidiani, mescolati al mangime; non per curare, ma per mantenere uno stato che di salute ha soltanto il nome.
La pandemia e il vaccino potrebbero dunque farci pensare: siamo anche noi come le galline? Le fabbriche, le metropoli, gli uffici e le scuole, i mezzi pubblici – sono gabbie?

In un certo senso, la pandemia è l’espressione di un male più grave, di uno squilibrio profondo nel profondo dell’anima sociale. Se non si interviene lì, la malattia contro cui lottiamo non sarà che un episodio, un sintomo che cederà il passo ad altri, ben peggiori.
E’ giusto, nell’immediato, correre ai ripari contro la pandemia. Ma quando l’emergenza sarà passata, non scordiamoci di quello squarcio profondo nell’anima sociale, che i simboli di questo periodo ci hanno rivelato.

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