L’assassinio dei divi

The princess of Wales
Her sexual drive
Stop dead under the river
In the capital of romance
The most hunted
Body of the modern age
Flowers crown her head
Ancient goddess of the moon

(Ulver, Nemoralia)

The assassination of Julius Caesar” è un disco del 2017, ad opera della band norvegese Ulver. E’ uno degli album che ho ascoltato più assiduamente negli ultimi anni, ma non è sull’aspetto musicale che ora vorrei concentrarmi. Piuttosto, tratteremo di un tema simbolico importante e attuale, che attraversa trasversalmente i testi di diverse canzoni del disco: l’uccisione del divo, un sacrificio che ha tutti gli aspetti di un inconsapevole rituale di massa.

Il testo della canzone che apre l’album è giocato su un brillante paragone fra la principessa Diana e l’omonima dea della caccia. Il riferimento, in particolare, è alla tragica fine di Lady D: Il 31 agosto 1997, la principessa morì in un incidente automobilistico, a Parigi.
All’epoca, Diana aveva 36 anni. Il matrimonio con il principe Carlo era terminato da anni; dopo il divorzio, il nuovo compagno di Diana era l’imprenditore egiziano Dodi Al-Fayed.
Quella notte, i due viaggiavano su un’automobile, in una galleria di Parigi. L’auto era inseguita dai paparazzi: una foto della coppia poteva essere rivenduta a caro prezzo ai tabloid di tutta Europa. Per sfuggire ai fotografi, l’autista accelerò più del dovuto: la folle corsa terminò contro una colonna in cemento armato.

Nella canzone degli Ulver, il tragico episodio viene riletto in chiave mitologica. Il riferimento, in particolare, è al mito di Atteone. La leggenda narra che il ragazzo era impegnato in una battuta di caccia, nel profondo di un bosco. A un certo punto, Atteone giunse in una radura, dove c’era una pozza d’acqua limpida e fresca. Proprio lì, la dea Diana stava facendo il bagno, assieme alle sue ancelle. Il ragazzo non seppe resistere. Si avvicinò di soppiatto, per vedere il corpo nudo della dea. Diana, però, se ne accorse. Per punire lo sfrontato cacciatore, mutò il suo corpo in quello di un cervo. Fu così che Atteone trovò la morte: sbranato dai suoi stessi cani, che non riconoscevano più il padrone, ora tramutato in preda.

Fra le vicende delle due Diane non c’è una semplice similitudine, ma un vero e proprio ribaltamento. Nel mito antico, il cacciatore Atteone muore sotto i morsi dai cani. Nel mito contemporaneo, è invece Diana a morire, braccata dai fotografi, proprio come cani che inseguono un cervo.

La differenza fondamentale è nella natura della vittima. Diana Spencer non è una dea. Ma non è neanche una persona comune: è una diva, ovvero un essere umano elevato al di sopra degli altri. Una figura che trascende la normale celebrità, fino a diventare l’ossessione di milioni di persone.
Il titolo dell’album richiama proprio un divo, forse il più noto dell’antichità: Giulio Cesare. L’imperatore raggiunse le più alte vette del potere e della celebrità; nonostante ciò, trovò la morte nella congiura delle Idi di Marzo.
Un’altra canzone del disco degli Ulver è poi dedicata a Papa Giovanni II: anch’egli fu un personaggio pubblico amato e famosissimo, nonchè vittima di un attentato, che quasi gli costò la vita.

La massa ha bisogno di divi. Le folle cercano personaggi da elevare, il simulacro di una divinità a cui rivolgere attenzioni, speranze, critiche. Una dedizione spasmodica, spesso eccessiva, malsana. L’assassinio del divo è il culmine di questa ossessione. La vittima designata viene portata in trionfo verso il tempio: forse è l’unica a ignorare che lì verrà uccisa.
La massa ha bisogno di divi da mettere a morte: li innalza fino ai vertici, finchè saranno pronti a esser sacrificati. Soltanto allora consumerà il tremendo rituale. Abraham Lincoln, John Lennon, Pier Paolo Pasolini, John Fitzgerald Kennedy, Sharon Tate, Gianni Versace. Ognuna delle loro morti ha una storia diversa, ogni assassinio ha moventi e modalità differenti. Ma in filigrana si intravede lo stesso archetipo: l’esaltazione popolare, a cui seguirà il sacrificio. L’Osanna prima della croce.

A scanso di equivoci, è bene essere chiari: il sacrificio del divo non è una decisione deliberata, non è un gesto rituale compiuto consapevolmente. E’ piuttosto un significato che emerge dai fatti di cronaca, che vengono così trasfigurati in simboli. Il fatto che questo significato si ripresenti con tanta insistenza, tuttavia, dovrebbe farci riflettere: è come se reclamasse di essere messo – tragicamente – in scena. Oltretutto, potremmo chiederci se le morti per droga, alcolismo e suicidio – anch’esse così ricorrenti fra i divi – non siano anch’esse una forma di omicidio indiretto: un inconsapevole auto-sacrificio, imposto dalle spietate regole della società dello spettacolo.

Ci rimane, dunque, un’importante domanda. Quali profondi e torbidi bisogni dell’anima spingono le masse inconsapevoli a ripetere e ripetere il sacrificio del divo? A quali funzioni adempie un simile rito, a che necessità risponde questa sete collettiva di sangue celebre?

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