La trincea dell’anima

“Il cervello umano è diviso in due parti. L’emisfero di destra è quello preposto agli istinti e ai sentimenti, mentre quello di sinistra regola i pensieri più astratti e razionali.”
Emisfero sinistro, emisfero destro. Intelligenza contro emozione, logica contro poesia, l’ordine opposto alla creatività. Da un lato il freddo calcolo, dall’altro l’amore.
L’essere umano come un campo di battaglia, due schieramenti che si affrontano per la supremazia. Ma davvero siamo così semplici, così banali da essere riassunti in uno schema binario?

San Pietro da Verona, quadro dell'omonima chiesa di Tirano

San Pietro da Verona, quadro dell’omonima chiesa di Tirano

La realtà, come sempre, è molto più complessa. La teoria che divide così nettamente i diversi compiti fra i due emisferi è il frutto di ricerche pionieristiche, in secoli in cui non esistevano gli strumenti di indagine di cui ora disponiamo. Grazie a tecnologie come la risonanza magnetica o la tomografia PET, è stato possibile scoprire che la localizzare delle funzioni mentali non è così netta e schematica come si pensava, e che non sempre a uno specifico compito corrisponde una singola area del cervello.
Se volete approfondire gli aspetti fisiologici, vi rimando a questo articolo. Ciò che mi interessa ora, piuttosto, è il fatto che nell’immaginario collettivo continui a resistere il mito dei due emisferi celebrali. E’ evidente che questa immagine simbolica abbia una sua potenza espressiva, tale da mantenerla nella coscienza collettiva, anche resistendo alle nuove scoperte scientifiche che ne minano la plausibilità teorica. L’evidenza sperimentale ha smentito questa dicotomia semplicistica della mente umana, ma il modello dualistico permane nella concezione popolare. Il simbolo è potente, tanto da rimanere radicato nei nostri discorsi, nonostante la scienza, che a suo tempo l’ha generato, ora lo smentisca. In poche parole, si può considerare la teoria dei due emisferi contrapposti alla stregua di un mito contemporaneo.

Perchè questo mito ci affascina, perchè continuiamo a ripeterlo, come mai siamo così propensi a crederci?
Innanzitutto, questa teoria risuona con un archetipo fortissimo, che è quello del dualismo. La nostra mente usa le contrapposizioni binarie come modo per ridurre la complessità in un ordine più lineare, e quindi più facilmente comprensibile. Sopra e sotto, avanti e indietro, passato e futuro, io e gli altri. Il più delle volte pensiamo per contrari, tramite coppie di categorie contrapposte. Anche nella Genesi, il Dio creatore crea il cosmo mediante una serie di divisioni, traendo l’ordine dal caos informe: il primo giorno, un taglio che separa la luce e la tenebra; il secondo giorno, divide l’abisso ed il cielo; il terzo, separa la terra asciutta dal mare, e così via.

Il primo e il  secondo giorno della Genesi, dalle Cronache di Norimberga (1493)

Semplificare la complessità è un passaggio necessario per la comprensione della realtà. Fa parte del nostro modo di pensare, e in quanto tale non è di per sé una cosa negativa, a patto che a questa prima fase segua una rielaborazione che integri nel modello schematico l’effettiva complessità del reale. Prima si elabora una mappa a grandi linee del territorio, ma poi bisogna proseguire e occuparsi dei dettagli, anche a costo di ridisegnarne ampie porzioni, qualora il dettaglio osservabile sia incongruente con lo schema precedentemente tracciato. Ridisegnare, però, è un processo faticoso e scomodo, perché mette in discussione quelle che creavamo essere rassicuranti certezze.
Occorre dunque fare attenzione, affinché la semplificazione non diventi una banalizzazione, uno stereotipo che schiaccia la realtà in categorie rigide e prefissate. Ed è proprio ciò che accade con la teoria dei due emisferi contrapposti. Se da un lato il suo mito persiste in forza del suo radicarsi nell’archetipo del dualismo, dall’altro non ce ne stacchiamo perché ci offre una scorciatoia, uno stereotipo con cui incasellare la complessità della vita.
Emisfero destro, emisfero sinistro. Due comode scatole, in cui dividere e riporre le sfumature della mente. Con la stessa banalità per cui riduciamo il dibattito politico in due partiti contrapposti, spezziamo la mente in due lati apparentemente isolati e incapaci di dialogo. E forse è proprio questa una delle conseguenze più dannose della teoria: contrappone intelligenza ed emozione come se fossero nemiche, due metà incompatibili, antitetiche. Ma è poi vero che l’amore non segue la logica? E che nella matematica non c’è creatività? Che la poesia non segue mai regole? L’anima umana è davvero così spaccata, così contrapposta, così nettamente ordinata?
Quando una teoria diventa uno stereotipo, rischia di auto-avverarsi. Se già in partenza siamo convinti di essere costruiti secondo uno schema dualistico, finiremo per comportarci proprio seguendo questi binari. Se abbracciamo una teoria banale di com’è costruito l’uomo, facciamo del male alla nostra complessità, che poi è la nostra vera ricchezza. Ci tagliamo a metà, con una lama rozza e insensibile.
L’anima, per come la vedo io, non è spaccata in due. Non ha due metà, non è attraversata da una trincea. Ma ha innumerevoli stelle, che risuonano fra di loro, come cristalli che al tempo stesso irradiano luce e riflettono quella degli altri. L’arte contiene la logica, e la logica ha dentro di sé l’arte. Il cuore può imparare dalla geometria, il sentimento può infiammare ed elevare il pensiero astratto. Non dobbiamo per forza schierarci, definirci come “persone in cui prevale l’emisfero destro”, o cose di questo genere. Siamo una complessità vivente, una rete di relazioni pulsanti. Appiattirci in uno stereotipo dualistico significa rinunciare alla nostra natura, e alle ricchezze che la sua complessità ci offre.

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