Archetipi e stereotipi

– Ma tu quando sei nato?
– Il 10 novembre.
– Ah! Uno scorpione! Adesso capisco tutto.

Un’intera persona riassunta da un segno zodiacale. Quaranta anni di scelte, di lotte e passi falsi, di piccoli successi ed errori madornali. Di arricchimenti, di rimpianti, di cicatrici, di sogni. “Sei uno scorpione”, e il discorso finisce lì, come se non ci fosse altro da dire.
Ve lo dirò con un taglio poco accademico: quando sento cose di questo genere, mi cascano i coglioni.

Traité des nativités, Manoscritto arabo del XVI sec.
Traité des nativités, Manoscritto arabo del XVI sec.

Il simbolo è un ponte fra realtà immaginali diverse. Un collegamento semantico che avvicina la terra al cielo, la vita quotidiana all’eternità, l’umano e il divino. Tramite il simbolo, i mondi che altrimenti rimarrebbero separati si avvicinano, si arricchiscono l’uno con l’altro, come due lumi che entrano in risonanza reciproca. L’astrologia in questo senso è un patrimonio prezioso, la minuziosa mappatura di quelle corrispondenze che intessono l’intera esistenza, vivificandola e mantenendola coesa in un universo sensato e significante.

Homo signorum, 1580
Homo signorum, 1580

Il simbolo è una luce, ma come ogni luce, anch’esso può farsi troppo intenso, al punto da accecare invece di illuminare. La forza di gravità del simbolo normalmente attrae attorno a sé le idee e le esperienze, disponendole in un’orbita ordinata e armonica; ma se si fa troppo forte, diventa un buco nero ingordo, che divora ogni cosa, indiscriminatamente.
L’archetipo diventa uno stereotipo. Il segno zodiacale cessa di essere una rotta che collega l’uomo alle stelle del firmamento immaginale: diventa un preconcetto, una categoria ottusa in cui infilare a forza la realtà, sacrificando l’osservazione obiettiva; annientando quelle particolarità che formano la parte più preziosa di una vita, per ricondurle a una delle dodici etichette con cui si pretende di descrivere l’intera umanità.

Ho portato l’esempio dell’astrologia, ma il rischio di tramutare il simbolo in un cassetto mentale è esteso in moltissimi altri campi della simbologia. Prendete ad esempio i Tarocchi: gli Arcani Maggiori sono 22 chiavi che permettono di spalancare la realtà che ci circonda, consentendoci di passare dal contingente al trascendente, di risalire dai segni che incontriamo nella vita di tutti i giorni al loro significato eterno, e di lì di nuovo alla vita. Un dialogo fecondo, in cui la materia e lo spirito danzano assieme.
Eppure anche gli Arcani possono diventare cassetti mentali, etichette con cui si pretende di spiegare del tutto i fenomeni che ci circondano, come se bastasse nominare “La stella” o “Gli amanti” per dire tutto quel che c’è da dire su una particolare congiuntura degli eventi.

15 aprile 2019, brucia il tetto della chiesa di Notre-Dame. “E’ la Torre dei tarocchi”, commenta qualcuno sui social network. Ma la Torre cosa? C’è il fuoco e una struttura che brucia, ok, ma allora? Cos’ha da dirci questa carta, in fin dei conti, sul disastro? Il fulmine che abbatte la Torre è il castigo divino che punisce l’empia sfida degli architetti di Babele. E’ un archetipo ricorrente, che riverbera nella nostra storia e definisce un tratto fondamentale dell’essere umano stesso. Ma in questo caso? Notre-Dame era un capolavoro dell’architettura sacra, non certo una torre sacrilega. Senza dubbio si può interpretare l’incendio come un brutto segno dei tempi, ma certamente non è stato un intervento divino teso a punire un’arroganza umana. Il fuoco che l’ha devastata non era una punizione divina, perché non c’era niente da punire. E’ stata una fatalità – perchè sì, esiste anche il caso fortuito, nonostante molti si affrettino a negarlo, forse perchè ci fa paura, perchè ci pone domande scomode a cui non sappiamo ribattere con una risposta preconfezionata.
Per farla breve, nonostante la similitudine formale, usare la Torre per descrivere l’incendio di Notre-Dame è inappropriato. Ma questo è il meno: il fatto è che si tratta di una non-spiegazione, è il tentativo di archiviare un accadimento denso di significati e sfumature, quasi lo sforzo di evadere con una risposta standardizzata alle domande che il disastro ci impone. Applicata così, la Torre non è una chiave che ci schiude il significato di un evento: al contrario, è una scatoletta in cui si rinchiude l’accaduto, illudendosi così di averlo compreso.

Un “cuscino alchemico” da un negozio online

Non sono solamente l’astrologia e i tarocchi a subire questa banalizzazione. Prendete ad esempio l’alchimia: i suoi preziosi simboli si svuotano fino a diventare slogan. “Solve et coagula”, “Nigredo-albedo-rubedo”. La morte è solo l’inizio della resurrezione, non c’è distruzione che non porti in sè la trasformazione. Sono senza dubbio perle di saggezza, se le si applica cum grano salis, ma anch’esse possono diventare categorie talmente forti da appiattire invece di interpretare.
E ancora, la nomenclatura Junghiana: il Sè, l’Anima e l’Animus, il Puer, il Senex. Il mandala. Qualsiasi forma che abbia struttura circolare può essere chiamata “mandala”; del resto, in sanscrito questa parola significa “cerchio”. Il rosone di una chiesa è un mandala, una rosa è un mandala, i cerchi nel grano sono un mandala. Ma cosa significa “mandala”? Se questa parola mi permette di comprendere meglio il significato del rosone, o della rosa, o del cerchi nel grano, allora ben venga. Ma se la uso per finire così il discorso, senza interrogarmi ulteriormente su cosa l’oggetto in sè significhi, perchè mi basta e mi avanza sapere che è un “mandala” – allora ecco, l’archetipo è avvizzito in uno stereotipo, non apre più un mondo di significati, ma al contrario li rinchiude in una parola svuotata.

Per concludere:
Pretendere di usare una formuletta per dir tutto quello che c’è da dire su un fenomeno complesso è il segno al tempo stesso di arroganza intellettuale, e sintomo di un timore nei confronti di ciò che si analizza: in fin dei conti, con lo stereotipo non si fa che mettere una barriera fra sè e la realtà.
La complessità del reale non si può mai ridurre a un unico principio esplicativo. La simbologia non è uno strumento per spiegare la realtà in maniera esaustiva, finale e completa. Al contrario, è un modo per aprire nuove vie da esplorare, per porsi nuove domande. Non un maglio per conformare la realtà ai nostri preconcetti, ma un ponte che apre un dialogo fra il mondo e la mente, uno scambio che ci coinvolge in prima persona.

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