Ladri di sogni

Immaginate una piccola isola tropicale, in cui la popolazione vive una vita quasi paradisiaca. Vicino alla spiaggia crescono spontaneamente diverse specie di alberi da frutto: per mangiare non serve lavorare, basta allungare la mano e cogliere una di quelle nutrienti delizie.

Konstantin Makovsky, Arcadia Felice, 1890

Konstantin Makovsky, Arcadia Felice, 1890

Un giorno all’isola arriva una nave. Non è una spedizione militare. Gli esploratori che scendono dal vascello sono amichevoli. Il loro unico interesse è studiare la geografia e lo stile di vita dell’isola. La popolazione li accoglie calorosamente, d’altronde i ricercatori ripagano le informazioni con doni generosi.
La nave degli esploratori un giorno torna a partire, senza clamore, così com’era venuta. Dopo alcuni mesi, però, arriva un’intera flotta. Questa volta dalle navi escono ingegneri e operai, architetti, falegnami, carpentieri. L’equipe inizia subito i lavori, senza tanti convenevoli. Da un giorno all’altro al posto della macchia di cespugli sorgono alloggi, strade e cantieri. I nuovi arrivati recintano le zone in cui crescono gli alberi da frutto, e ne spogliano i rami, raccogliendo molto più di quello che riuscirebbero a mangiare. Un camion porta il raccolto nella stiva delle navi, che fanno spola verso il continente per riportare in patria i frutti esotici.
La popolazione dell’isola, come capirete, non è affatto felice. Il malcontento monta rapidamente in protesta, finché gli indigeni decidono di raccogliersi attorno agli stabilimenti degli invasori.
«La frutta è nostra, da sempre!» reclamano indignati.
«Certo», risponde il presidente, dal portico della sede principale dell’insediamento. La sua voce è al tempo stesso cordiale e autorevole.
La folla rimane interdetta. Hanno ottenuto ragione così facilmente?
Il presidente continua: «Potete avere tutti i prodotti che desiderate. Succhi di frutta, marmellate, conserve, frutta sciroppata. Finalmente potrete mangiare qualcosa di raffinato e nutriente, a un prezzo convenientissimo.»
La storia finisce così. Gli isolani vengono assunti dalla ditta stessa, e con lo stipendio possono acquistare i prodotti che la loro stessa terra produce. Certo, non è la stessa cosa. I frutti colti dal ramo erano sugosi e dolci, mentre i succhi di frutta sanno un po’ di vecchio e le conserve sono asciutte e insipide. Ma dicono che questo sia il progresso, e nessuno vuol fare la figura dell’arretrato. Così passano i giorni e gli anni, e sull’isola cresce una nuova generazione. I giovani che sono nati e cresciuti mangiando marmellate non hanno mai assaggiato i frutti veri, non sanno cosa si perdono. Anzi, sono talmente abituati al gusto sciapo dei prodotti commerciali che se assaggiassero un frutto appena colto dal ramo non lo apprezzerebbero per niente.

Piscina "tropicale" in Germania

Piscina “tropicale” in Germania

Non vi pare che questa storia sia assurda? Com’è che la gente dell’isola ha accettato così passivamente l’imposizione di un sistema commerciale così iniquo, un colonialismo che è peggio di un furto? Eppure una vicenda del tutto simile si è svolta proprio a nostro danno. Non ci hanno rubato frutti, bestiame o minerali, ma qualcosa di molto più prezioso: l’immaginazione.
La terra della nostra immaginazione produceva spontaneamente: sogni e speranze, fiabe e leggende, miti, feste popolari e rituali sacri. Un patrimonio a cui chiunque poteva accedere, un grande arazzo collettivo nato dalla collaborazione di ognuno. Poi un giorno sono arrivati gli sfruttatori. Hanno capito subito che l’immaginazione poteva essere redditizia e che andava tolta quanto prima dalle mani del popolo. Perchè lasciare fonti libere, se le si può intubare e far pagare una tariffa a chi vuole dissetarsi?
Hanno preso le nostre fiabe e ne hanno fatto cartoni animati. Hanno usurpato il Natale e l’hanno trasformato in una fiera mercantile. Ci hanno rubato persino le feste in cui si commemoravano i defunti, le hanno inscatolate fino a trasformarle in prodotti commerciali. E noi li acquistiamo, tutti contenti!
Già il primo di settembre negli scaffali della Despar di Monfalcone ho visto in vendita i biscotti di Halloween, a forma di zucca, di fantasmino, di teschio. E noi a discutere: “Halloween è una festa che viene dagli U.S.A., non è una tradizione europea.” – “Ma no, Halloween è una tradizione celtica.” – “Macchè, è un’antica festa cristiana.” Si può questionare per ore sull’origine di una simile tradizione, ma quel che più importa è il suo stato attuale: una festa commerciale, fatta per vendere costumi ai bimbi e alcolici agli adulti, e dolci scadenti, e improbabili menù a base di zucca nei ristoranti, e serate in locali decorati con ragnatele di plastica.

ccst

Non fraintendetemi, non ho nulla contro lo svago, anzi. Per me mangiare in compagnia, bere e ballare sono gioie necessarie alla vita. Qui però la situazione è ribaltata. Il consumo non è più un mezzo per divertirsi, ma al contrario il divertimento è diventato un espediente per consumare. La festa è del tutto svuotata del suo significato originario.
Immaginazione liofilizzata. Gli ingegneri dell’industria del divertimento ci hanno portato via il passato, le tradizioni popolari, le favole. Le hanno trascinate nei loro studios, le hanno private del loro senso; le hanno tranciate in porzioni singole, avvolte in confezioni usa e getta, e ora ce le rivendono, aspettandosi pure la nostra riconoscenza. E noi gliela diamo. Dite la verità: quando ho parlato di fiabe e cartoni animati avete pensato ai grandi classici della Disney, e forse vi siete un po’ risentiti, perchè sono “capolavori” che non si possono discutere. E’ vero, sono gradevoli e fatti bene, ma è proprio la loro intoccabilità che dovrebbe spaventarvi. Sono parte della vostra infanzia. Un prodotto commerciale è diventato la pietra angolare della vostra formazione. Un elemento di provenienza esterna, ma talmente radicato della vostra personalità che non siete nemmeno disposti a metterlo in discussione.
A differenza degli isolani della storia, noi non abbiamo neanche accennato una protesta. Quel che è peggio, ci siamo convinti che le storie posticce che ci propinano siano effettivamente le memorie della nostra tradizione. Una ditta americana ci ha rubato le fiabe, ne ha fatto un prodotto commerciale, e ce lo ha propinato con tanta forza da riscrivere il nostro patrimonio storico. Adesso se una mamma racconta le fiabe ai bimbi prima di andare a dormire, non narrerà i racconti che sua madre e sua nonna hanno tramandato, ma ripeterà la storia commercializzata secondo i canoni della Disney.
C’è chi si accorge che qualcosa non va, che ci hanno rubato qualcosa di importante, anzi, forse la cosa più importante che un popolo possa avere. La loro reazione, però, ricade perfettamente negli argini stereotipati a cui la finta cultura commerciale li ha abituati. Neo-Vichinghi di Cologno Monzese che usano le rune come se fossero il power-up di un videogioco. Ragazze che credono di tornare in contatto con la spiritualità femminile scimmiottando le streghette di un telefilm per teenager. Cercano di rievocare un passato di tradizioni, ma il risultato non è che una carnevalata, del tutto conforme agli stilemi narrativi dell’industria dello spettacolo. Credono di riscoprire le proprie radici, e invece mettono in scena una spiritualità da cartone animato, la parodia di un passato che non c’è mai stato.

Scena dal film "The Love Witch", 2016

Scena dal film “The Love Witch”, 2016

Dunque, non c’è via di scampo? No, io credo che non bisogna arrendersi. La soluzione, bisogna ammetterlo, non è semplice. Si può cercare di disintossicarsi, smettendola di assorbire le storie che ci propina l’industria. Possiamo inoltrarci nella foresta della storia, per cercare se c’è ancora qualche albero da frutta da cui attingere. I rischi di travisare il passato sono forti, perchè ormai abbiamo del tutto interiorizzato le lenti distorcenti della cosiddetta “cultura pop”, che di fatto ha ben poco di cultura, e nulla di realmente popolare. E’ necessario poi educare gradualmente il palato del pubblico, che ormai è abituato ai gusti contraffatti e non è più in grado di apprezzare la genuina spontaneità della creazione libera.
Il sentiero è in salita, come d’altronde è logico per chi è finito nell’abisso. Ma ciò non deve fermarci dal compiere il primo passo per risalire la china culturale in cui ci hanno fatto precipitare.

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