Il deserto diventerà un giardino

Istigazione a una rivoluzione sacra

(Articolo di Francesco Boer, originariamente pubblicato sul numero 23 della rivista I Sorci Verdi)

Una notte in montagna, il cielo enorme che sovrasta le cime. I fari della città sono distanti, non c’è quel velo di luce opaca che copre la notte come un sudario. Lassù si vede ancora quell’arazzo oscuro, ricamato con migliaia e migliaia di stelle d’argento.
L’immensità del firmamento pone l’uomo di fronte ad un bivio. Il più delle volte ci si sente schiacciati dalla spettacolare vastità del cielo stellato, e si reagisce con frasi trite e banali: “di fronte all’immensità dell’universo ci ricordiamo di quanto siamo insignificanti”. Lo spazio è così grande, la Terra è un pianeta come tanti altri, un grano di sabbia su una spiaggia sconfinata. Noi non siamo che polvere impalpabile su quella minuscola superficie, la nostra vita è un sussulto misero di cui l’eternità nemmeno si accorge.
C’è però anche un’altra via: lo stupore di fronte all’immensità diventa partecipazione. E’ vero, siamo una parte minuscola di questo grande universo, ma sentiamo anche che in qualche modo lo smisurato cielo stellato è parte di noi. La luna, gli astri, gli spazi neri fra le stelle, i pianeti, le comete: segni sacri di un libro vivente che è la nostra stessa anima.

William Blake, illustrazioni a Giobbe - "Gioivano in coro le stelle del mattino"

William Blake, illustrazioni a Giobbe – “Gioivano in coro le stelle del mattino”

Ciò che è in alto è come ciò che in basso” – o anche: “Come in cielo, così in terra”. Della corrispondenza fra Microcosmo e Macrocosmo si è scritto molto, ma provarla sulla propria pelle è tutt’altra cosa. Ci vuole uno spettacolo straordinario, come quello del cielo stellato, per risvegliare in noi questo rapporto intimo con il mondo. Dopo averlo destato, però, ci accorgiamo che tutto, ma proprio tutto, parla di noi. La montagna non è più un comune rilievo geografico, ma un simbolo ancestrale, il centro del mondo in cui la terra si eleva fino al trono di Dio: il perno della geografia dell’anima. Un albero non ci appare più come una semplice specie vegetale, ma diventa un complesso diagramma che racconta l’intreccio vivo di luce e oscurità, tanto nel mondo che nell’anima. E poi gli animali, i fiori, i fiumi, le città, il mare. Ogni cosa parla di noi, e noi siamo come uno specchio in cui si riflette tutto ciò che esiste. L’anima e il mondo si attraggono sempre di più: un rapporto totalizzante, un amore così profondo che sfiora il terrore. Al culmine dell’estasi, l’anima dell’individuo si dissolve, e il mondo esteriore si mescola in essa. La luce cancella i confini.
Un diffuso luogo comune vuole che il sentimento religioso sia nato come una risposta all’ansia che l’esistenza esercita sull’essere umano. La coscienza di sé è anche consapevolezza della propria fragilità, e sopra ogni cosa paura della morte. Il termine della vita è per l’uomo un errore inaccettabile. La logica ci ricorda che è un evento naturale, la normale conclusione della vita. Il cuore, però, non vuol saperne. “Non è possibile, non può essere” – così grida di sgomento chi sbatte il muso contro l’inevitabile. La religione sarebbe nata da questo bisogno umano: negare la realtà indigeribile, lenire l’ansia della vita e l’orrore della morte.
Quando si parla di “origine” si scivola facilmente sul terreno del mito. L’origine della religione non fa eccezione. Gli inizi sono sempre avvolti nella nebbia: non abbiamo alcun ricordo dei primi anni della nostra vita, e in maniera simile l’inizio della storia umana si confonde nell’oblio. La causa delle religioni sarebbe la paura, una viltà dell’animo che tende a negare la realtà? E’ un’ipotesi destinata a rimanere tale. Abbiamo visto che il senso del sacro potrebbe aver origine proprio da un sentimento opposto: lo stupore che diventa un’intima partecipazione dell’uomo con il mondo che lo circonda.
In questa doppiezza si riflette un dissidio che divide la società, e a volte giunge persino a dilaniare il singolo cuore, conteso fra il dubbio e la fede.
La religione nega la realtà? E’ un sole illusorio, da eliminare per esigere la felicità reale? O è piuttosto il solenne completamento del mondo?
Una cosa non esclude l’altra. Sono due tendenze opposte, entrambe presenti nel cuore umano. Amiamo la realtà, ma ne abbiamo paura. La fantasia crea illusioni per fuggire la durezza dell’esistenza, ma l’immaginazione abbraccia il mondo, si dona ad esso come un seme che cade nella terra. Terrore e desiderio. Queste due spinte simmetriche si ritrovano anche nelle religioni, pur nella complessità che l’elaborazione culturale comporta. Potremmo avvertire la tentazione di stilare un elenco di culti, dividendoli in due categorie: le religioni della fuga, che rifiutano il mondo come il male, sognando un regno trascendente; e le religioni della presenza, che coltivano il mondo come un giardino, facendo fiorire il bocciolo della realtà. Non è così semplice, ovviamente: le due spinte sono compresenti nel cuore umano, e anche nelle diverse religioni sono sempre ravvisabili entrambi gli orientamenti. A volte prevale il primo, altre il secondo: non è un taglio netto, ma uno spettro di sfumature.
Questo è un dettaglio cruciale per non cadere in quel grossolano passo falso che continua ad affascinare la cultura contemporanea: rifiutare il sacro, respingere ogni afflato religioso, credendo così di raggiungere una realtà concreta, da toccare con mano – la verità dell’al di qua.
La religione può essere, in parte, un processo con cui l’uomo si estranea dalla realtà. Ma rifiutarla in toto comporterebbe una perdita gravissima per l’umanità: sarebbe come gettare via un diamante perché è sporco di fango.
Senza il sacro, il mondo diviene un luogo freddo e inabitabile, una storia insensata raccontata da un idiota, piena di furia e di rumore. Il senso del sacro è il sentimento che lega l’anima all’esistenza, la luce che dona un significato al mondo e alla vita. Solo dopo averlo reciso ci accorgiamo del vero valore di quel legame. Basta osservare la nostra società, terrena e disillusa: non c’è senso di verità, ma incertezza e smarrimento. Persino i ragazzi hanno barattato le speranze della gioventù con un’ansia confusa e schiacciante.
Non è una reductio ad absurdum? Abbiamo tolto il sacro dalla nostra vita, e l’esistenza ha perso di senso. Forse il divino non è poi un’ipotesi innecessaria, come certi sostenevano. Sarebbe però vano cercare di riesumare culti sommersi dai secoli, di cui non ci resta che un’apparenza formale. Non ci serve la cenere di fuochi passati, ma la fiamma viva.
E’ necessario aprirsi nuovamente al mondo, accogliere dentro di noi lo stupore. Togliere la patina che incrosta il cuore, lucidarlo fino a renderlo uno specchio: il riflesso interiore del sole esterno sarà allora una fiamma che scalda l’anima e illumina la vita. E’ un gesto semplice, ma rivoluzionario. Accogliere in sé l’esistenza non significa accettare il mondo così com’è. Al contrario, è un atto che trasforma tanto l’anima che la realtà esterna. Una trasmutazione che oggi più che mai si rende necessaria.
Non si può far finta che il problema del male non esista. “Il mondo è corrotto, abbandonate il mondo”, gridavano i profeti della fuga. E’ vero, il mondo è corrotto, come un roseto infestato dagli afidi. Sarebbe però una gran viltà abbandonare questa bellezza alla rovina – disertare il mondo. Di fronte al dolore, molti scelgono di fuggire. E’ una fuga vana, perché il male è anche dentro il loro cuore: fuggono dall’ombra, ma l’ombra li insegue. Altri – i più – vengono a patti col male, si adeguano, cercano di ottenere un profitto personale, e così ne diventano complici. Chi, invece, sceglierà di pulire le rose, anche a costo di ferirsi le mani fra le spine? Soltanto chi è in grado di accogliere nel cuore la bellezza del fiore sarà capace di liberarlo dai parassiti.
Se non abbiamo la minuteria d’animo di rifiutare la bellezza, possiamo portare dentro di noi le stelle, anche dopo esser scesi dalle cime. Potremo allora farle brillare nelle città sepolte, sgominare la squallida luce artificiale che tiene prigionieri i sogni degli uomini.

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