L’identità e la relazione

Octavio Ocampo - The General's Family

Octavio Ocampo – The General’s Family

1.
“Io mi chiamo Francesco, e tu?”
“Io”, parola semplice e misteriosa. La usiamo ogni giorno, eppure non sappiamo cos’è. Com’è fatto, l’io? È di carne, o è astratto come il pensiero? È un soffio, è la vita? È tutto d’un pezzo, o si compone di diversi elementi? È vero, o è solo un’illusione? Sono domande che tormentano l’uomo da millenni, eppure restano ancora senza una vera risposta. Concentriamoci piuttosto su un aspetto meno indagato, eppure altrettanto importante: dov’è, questo io? Quale linea segna il confine della mia identità?
D’istinto si risponderebbe: il corpo. La pelle come confine del mio essere. È facile però capire quanti e quali paradossi vengono sollevati da questo modo di circoscrivere l’io. I capelli e le unghie sono parte della mia identità? Quando li taglio, una parte del mio io si stacca e va persa? Ancor peggio, cosa accadrebbe se mi amputassero una mano, o un piede? Eppure so che per quanto dolorosa e traumatica, questa perdita non riuscirebbe a togliermi quell’essenza che fa di me quello che sono. Anche senza le gambe e senza i bracci, resterei io. Persino dopo un trapianto di cuore non diverrei un’altra persona.
Proseguiamo con questo macabro esperimento concettuale. Una versione cibernetica del paradosso della nave di Teseo: immaginiamo una chirurgia così avanzata da riuscire a togliere a uno a uno tutti gli organi vitali, sostituendoli con parti corporee sintetiche, in grado di tenermi in vita. Fino a che punto rimarrei “io”? Forse finché il cervello resta intatto. Allora è lì l’io? È il contenuto della scatola cranica? Eppure anche certe parti del cervello possono essere asportate, senza causare una perdita dell’identità, senza amputare l’io.

2.
Come spesso accade, la via negationis ci lascia a mani vuote. Procedendo per esclusioni, si finisce per escludere tutto, e non resta che consolarsi con frasi vuote tipo “è un mistero ineffabile”, o con stroncature disilluse e non meno inutili, come “l’io non esiste”.
Non è che questo modo di pensare è sbagliato già in partenza? Heinz Von Foerster, scienziato austriaco fra i fondatori della cibernetica del secondo ordine, illustra con una semplice metafora l’assurdità di questa ricerca: “Se indosso un cardigan lavorato a maglia, strappo il filo di lana in un punto e continuo a tirarlo, l’intero cardigan si sbroglia. Ora potremmo dire: «In questo punto, dove ho effettuato lo strappo, si trova l’essenza del cardigan.»”
Il maglione è una rete. Non è qui o lì la sua essenza, ma proprio nell’intrecciarsi del filo che lo compone. Esistono fenomeni che nascono dall’interazione di più elementi, senza per questo essere localizzati in una di queste parti. La capacità di camminare, ad esempio, scaturisce da un complesso scambio di fattori: le gambe, l’equilibrio, l’energia che muove i muscoli, il sistema nervoso, quello circolatorio, e molti altri ancora. Nessuno di essi è “camminare”. Sarebbe ad esempio abbastanza sciocco pensare che l’essenza della camminata stia nel piede destro, solo perché un giorno ce lo siamo rotti e finché non è guarito non riuscivamo a muoverci. “Camminare” non è nel piede, né nei muscoli delle gambe, e nemmeno nel cervello, ma è un qualcosa che nasce dall’intreccio di tutte queste cose.

3.
Torniamo al nostro problema: e se anche l’io fosse la risultante dell’interazione di molte variabili? L’individualità come comportamento emergente di un sistema complesso. Questa prospettiva ampia di molto i confini in cui cercavamo di circoscrivere la nostra essenza. L’io non sarebbe più in una parte del cervello, ma nascerebbe dall’interazione dei vari sottosistemi che lo compongono.
In questa rete, poi, verrebbero a innestarsi anche altre parti del corpo. Il cervello, in fin dei conti, non è un’isola. Tramite il sistema nervoso riceve di continuo informazioni riguardanti lo stato del corpo, e questi impulsi possono alterare anche pesantemente il suo equilibrio. È evidente che quando abbiamo fame ragioniamo in un modo diverso rispetto a quando siamo sazi. Se non facciamo sesso da tempo forse faremo scelte diverse da quelle che faremmo se avessimo una vita sessuale più attiva. Quando un torturatore ci schiaccia il dito in una pressa, il dolore ci porta a tradire segreti che altrimenti non avremmo mai rivelato. Ovviamente l’io non è nello stomaco, o nelle gonadi, o nelle dita della mano. Eppure queste influenze dovrebbero farci riflettere sul paradigma che associa la mente esclusivamente al cervello. Prima, ad esempio, abbiamo detto con troppa leggerezza che perdere una mano non cambierebbe l’io. Ne siamo poi davvero sicuri? In fondo un evento così traumatico è in grado di influenzare pesantemente la psiche; o potremmo anche dire l’opposto, se l’evento è così traumatico è anche perché va a intaccare la mente, mettendone a rischio la stabilità. Anche quando non lascia conseguenze, poi, un forte dolore fisico può comunque lasciare cicatrici psichiche indelebili.

4.
Siamo tornati al punto di partenza, per cui l’io si trova nel corpo? No, anche questa localizzazione è troppo stretta. L’identità si compone anche delle relazioni che abbiamo con chi ci circonda. Per quanto possa sembrar strana, anche questa affermazione non è affatto astratta. Pensate al più classico dei casi, quando un ragazzo si trova a tu per tu con una ragazza per cui prova una cotta colossale. Sotto questa fortissima spinta emotiva, il sistema della mente traballa, quasi non sta più in piedi. Cosa sta succedendo? Una nuova entità sta entrando nella mente, l’io del ragazzo sta accogliendo un nuovo componente nel suo complesso sistema. In quel momento il ragazzo sente e pensa in maniera del tutto diversa dal normale. Se immaginiamo la mente come una macchina – e lo facciamo solo per fini espositivi, non certo per sostenere che la psiche sia di natura meccanica – potremmo dire che in essa si è aggiunto un ingranaggio del tutto nuovo, che cambia notevolmente il funzionamento complessivo dell’intero apparecchio.
La ragazza saluta l’innamorato, e torna a casa sua. Nella mente del ragazzo, però, rimane un’impronta della ragazza, un modello psichico di quella persona che in parte è causato dalla personalità concreta della ragazza, e in parte corrisponde ad aspettative e desideri con cui lui la immagina. Questo modello interiore continua così a influenzare il comportamento del ragazzo anche quando la sua amata in carne e ossa non è più presente. Sarà più felice, forse farà più attenzione al modo di vestire, magari preferirà restare in camera ad ascoltare una canzone che gli ricorda la sua bella, invece che uscire per giocare a calcio con gli amici.

5.
“Da quando hai incontrato quella tizia, sei cambiato, non sei più tu”, si lamentano in questi casi i suoi compagni. Hanno ragione, è cambiato, eppure sbagliano quando dicono “non sei più tu”, perché lui rimane “io” anche se è cambiato, e questo perché il cambiamento continuo fa parte della natura stessa dell’“io”. Forse non se ne accorgono, ma d’altronde loro stessi hanno il potere di cambiare il loro amico. Quando è assieme a loro fa il gradasso, beve e fuma, si comporta con quel misto di cameratismo e arroganza che spesso è il collante dei gruppi di giovani maschi. Quando è a casa con sua mamma e suo papà non “è” così, è diverso, più gentile, rispettoso. Eppure quando esce con gli altri cambia, come se lo spirito del gruppo lo spingesse a fare qualcosa che non è veramente il suo io. Così, almeno, si è usi dire. In realtà in quei momenti quello è davvero il suo io, e se appare diverso è perché in quel frangente nella sua individualità si inseriscono quelle degli altri che lo circondano. Anche in questo caso, la presenza concreta entra con maggior influenza nella mente, ma lascia comunque degli strascichi. Un qualcosa della compagnia rimane dentro l’individualità, anche quando ognuno torna a casa propria. Così, pian piano, effetti passeggeri possono diventare cronici. Chissà quante parti del nostro carattere non sono veramente “nostre”, ma sono in realtà parti di altre persone rimaste dentro la nostra mente!
Il mio autocontrollo, la mia capacità di rigar dritto e sottostare a regole che mi negano un piacere immediato, ma che sul lungo termine si rivelano proficue: è davvero mio, o è qualcuno che mi teneva sotto controllo, e che ora è rimasto dentro di me, continuando a farmi filar dritto? Un padre all’antica, ad esempio, ma anche un maestro delle elementari particolarmente severo, o un esigente datore di lavoro. Quando li incontro mi irrigidisco, li saluto cortesemente, mi comporto in maniera irreprensibile. Interagire con loro rafforza il mio autocontrollo, attiva quella parte di me, perché è nata proprio come una loro impronta. L’autocontrollo non è veramente “mio”, perché nasce dall’incontro con loro. Sono loro dentro di me che mi rimproverano, anche quando non ci sono. Mi dicono di non fumare un’altra sigaretta, di non guardare il cellulare mentre guido. Pian piano sono diventati parte di me, tanto che non ricollego più questi doveri interiori alla loro influenza. Eppure non si parla forse di una “voce della coscienza”, come se appunto il controllo di sé venisse da fuori, qualcosa che è dentro di me eppure è staccato da me? L’autocontrollo non è veramente “mio”, dicevo, eppure in un certo senso è effettivamente mio, proprio perché “io” è una rete composta anche da tutte le interazioni con gli altri.
L’eterogeneità di componenti relazionali che affluiscono nell’io si può ben vedere in occasioni in cui la persona è sottoposta a stimoli contrastanti derivanti da compagnie miste. Un esempio classico è quando un ragazzo gira con la compagnia di amici, e si imbatte nei genitori. Entrambi gli schieramenti sono presenti nella sua mente: da una lato il gruppo di giovani che spingono per influenzarlo verso la goliardia, la complicità, la dissolutezza. Dall’altra i genitori che lavorano in senso opposto, portando la mente verso uno stato di maggior compostezza. E paradossalmente il lato degli amici reclama, “siamo già adulti”, quello genitoriale invece ammonisce, “sei ancora un bambino”. L’imbarazzo, in questi casi, nasce proprio dall’incontro di spinte divergenti, che provocano una tensione interna fra due parti contrastanti, nonostante facciano parte del medesimo io. Il ragazzo ha da tempo interiorizzato entrambe le figure, eppure la presenza esterna riesce ancora a rafforzarne la voce, contribuendo di volta in volta al prevalere dell’una o dell’altra, o a un imbarazzante conflitto interiore quando entrambi gli stimoli esterni sono presenti.

6.
Nella rete dell’individualità non entrano solo altri esseri umani, ma anche animali, persino luoghi, situazioni, oggetti.
La compagnia di un cane e di un gatto possono influenzare notevolmente le persone, e non è un’esagerazione se al triste momento di separarsene si usa dire che “una parte di me non c’è più”.
Trovarsi in un contesto diverso riesce a modificare notevolmente il comportamento della mente che vi è inserita. Non ci si comporta allo stesso modo in una chiesa o in un bar, sul marciapiede di un viale o sul divano di casa. Non è semplicemente una convenzione sociale che si rispetta in maniera del tutto esteriore: è proprio un modo d’essere che abbiamo interiorizzato al punto tale che ormai fa parte di noi, eppure resta ancora ancorato alla situazione esterna, creando un legame fra l’io e il mondo che lo circonda.
Ancora, un monile può ricordarci una persona cara, e quindi attivare la parte interiore che a essa corrisponde, seppur in maniera più limitata rispetto al contatto in carne e ossa. Un qualsiasi oggetto può diventare il segno di un ricordo, di una sensazione, di un sentimento, e in questo senso diventa una parte esterna della nostra individualità, un frammento del nostro io che possiamo toccare con mano.
Certi, per descrivere queste dinamiche, prendono in prestito il termine junghiano di “proiezione psichica”. Proietto all’esterno parti della mia mente: investo ad esempio il padre con i miei contenuti psichici afferenti l’autorità, oppure proietto su un nemico la feccia più torva della mia mente, che non riesco ad accettare come una parte di me. Spesso si dice con leggerezza disarmante che bisognerebbe “ritirare” queste proiezioni, per ricostruire l’unità di una psiche che altrimenti rimarrebbe frammentata su mille specchi esterni. Qui invece ribaltiamo la prospettiva: non siamo noi che “proiettiamo” sull’altro la nostra mente, ma è questo che “entra” dentro di noi, contribuendo così a creare e a modellare la nostra identità. Rifiutare del tutto questa interazione porterebbe a una deleteria autarchia della mente, che potrebbe anche condurre a una fatale inedia psichica.

7.
Un’individualità senza confini, senza barriere. Un “io” composto da tanti “tu”, da “lei”, da “loro”, da oggetti, da luoghi. Un chiassoso parlamento da cui emerge la volontà che chiamiamo “nostra”.
L’idea può lasciare sgomenti. Verrebbe da dire: se la mia mente è influenzata dall’esterno, se gli altri entrano dentro il mio io, allora la mia individualità è solo un’illusione. Un simile modo di vedere è molto diffuso, ma in ultima analisi è assurdo. Per tornare all’esempio di prima, sarebbe come dire che il maglione è un’illusione perché è composto da fili. La relazione con l’altro è una componente essenziale dell’identità di ciascuno di noi, forse addirittura l’ingrediente principale. Ciò non toglie che l’identità esista. In maniera simile, un corpo è formato da cellule che si moltiplicano e si auto-organizzano, ma non per questo il corpo è un’illusione. Né è “soltanto un insieme di cellule”: è composto da loro, ma anche dalla loro interazione reciproca, che va a formare un sistema in grado di preservare la propria forma complessiva.
L’auto-organizzazione è una proprietà dei sistemi complessi, che può appunto spiegare l’apparente incongruenza fra il concetto di identità relazionale e quello della mente tradizionale. I sistemi complessi sono infatti in grado di mantenere un equilibrio dinamico, assorbendo al loro interno cambiamenti provenienti dall’esterno, pur mantenendo la propria configurazione.
Prendiamo ad esempio ancora una volta il corpo umano: una ferita può spezzare l’organizzazione del sistema corporeo, ma al trauma seguirà un riequilibrio che guarirà la lesione, portando a recuperare la funzionalità danneggiata. Il riequilibro non deve per forza portare esattamente allo stato precedentemente in atto. La riorganizzazione può anche lasciare una cicatrice: la forma in parte cambia, ma si preserva la funzionalità del sistema.
Il cambiamento, si intende, non è di per sé traumatico. Pensate all’alimentazione: ogni giorno ciò che mangiamo fornisce la materia prima per la creazione di nuove cellule corporee, che vanno a sostituire quelle ormai anziane. La sostanza del nostro corpo muta dunque in continuazione, la materia che compone la nostra carne si ricambia continuamente. Ciò nonostante, la forma complessiva del sistema corpo rimane sempre la stessa. Pur nel cambiamento della crescita e nell’invecchiamento, il corpo mantiene la stessa forma complessiva e lo stesso equilibrio dinamico.
Lo stesso discorso si potrebbe fare per l’identità e le relazioni da cui nasce. L’io si forma anche dai rapporti con l’esterno, ma da questa rete nasce un’identità, in grado di rimanere se stessa pur nel continuo confronto con l’altro.
Non è un caso che il segno dell’identità nella nostra cultura sia il nome, una parola che descrive l’individualità che nasce dalle relazioni; a essa si associa un cognome, che esprime l’appartenenza da cui questa individualità si forma.

8.
Dagli elementi che compongono la rete dell’individuo, nasce quell’io che è comunemente esperibile come un’unità a sé stante e autonoma. Di più, quell’io diventa il nucleo in grado di preservare la forma complessiva dell’individuo, pur nel cambiamento continuo in cui è immerso. Così la relazione con l’altro, e il cambiamento che essa implica, non è più una minaccia all’individualità, ma un nutrimento che la nutre e la vivifica.
Ovviamente il cambiamento viene riequilibrato solo se rimane entro determinati limiti. Se la piccola parte di un bosco prende fuoco, in pochi anni nuovi alberi prenderanno il posto di quelli bruciati. Se invece l’incendio devasta l’intero bosco, non avremo una ferita da rimarginare, ma una morte irrecuperabile. Il sistema trova comunque un equilibrio, ma è un equilibrio dinamico e mortifero, diverso da quell’equilibrio dinamico che è il segno della vita.
Man mano che l’individuo si forma, il suo io diventa sempre più stabile e in grado di assorbire il cambiamento di nuove relazioni, senza per questo snaturarsi. Non è un caso che negli esempi citati in precedenza abbiamo parlato di ragazzi, individui per così dire ancora “in formazione”. Invecchiando, il sistema individuo raggiunge una maggiore stabilità. Anche in questo caso, tuttavia, un apporto esterno sufficientemente intenso può giungere a sbilanciare un equilibrio interno fattosi troppo statico, e ciò può portare a un riequilibrio drammatico, ma in alcuni casi anche positivo.

9.
Una dinamica apparentemente simile, eppure fondamentalmente diversa, è la chiusura in cui si trincera un’identità già di per sé vacillante, per evitare nuovi apporti destabilizzanti. Un’individualità sana riuscirà infatti ad accogliere in sé il cambiamento. Sarà in grado di disporlo come la tessera di un mosaico, in un disegno in continua espansione ma sempre armonioso, che rappresenta appunto l’espressione della sua vita, unica eppure intrecciata alle altre. Se viceversa l’identità è già debole, percepirà il cambiamento come una minaccia, e si chiuderà a riccio, rifiutando ogni contatto.
Avrete già capito che in questo caso non stiamo parlando solamente di identità personali, ma anche di tutte quelle forme di identità che nascono dall’aggregazione di più individui: dalla famiglia ai piccoli gruppi di matrice culturale o religiosa, fino alle città, alle regioni e alle grandi identità delle popoli. Tutto ciò che abbiamo detto finora si può traslare, con le debite accortezze, anche alle identità sovrapersonali.
Spesso si considera la chiusura come il marchio dell’identità. Se dovessimo disegnare “io” o “noi” su un foglio bianco, probabilmente sceglieremmo di renderlo come un cerchio chiuso, una parte nettamente separata dall’ambiente che la circonda. La chiusura, al contrario, è il sintomo di un’identità gravemente malata, a un passo dal disfacimento; ed è al tempo stesso una concausa del male che indebolisce l’identità, perché la rende come una città stremata da un continuo assedio.

10.
La nostra era è quella delle identità in pericolo. Dall’individuo, sopraffatto dal condizionamento pseudo-culturale dei grandi interessi commerciali, alle nazioni, corrose dalla medesima influenza a cui forse scorrettamente si dà il nome di “globalizzazione”.
Non è un caso che la reazione a questo appiattimento sia proprio una chiusura: qui l’individualismo egoista, lì il sorgere di muri e confini, sia fisici che sociali. Abbiamo a tal punto perso l’abitudine a interagire con identità sane, che siamo giunti a confondere identità e chiusura, come se fossero la stessa cosa. Da ciò nasce una duplice reazione alle spinte che minacciano l’identità: da un lato si parteggia per la marea dissolvente, credendo ingenuamente che possa liberare l’individuo da una chiusura di cui invece è la causa principale. Dall’altro ci si arrocca in posizioni assurde, creando un’identità artificiosa, un feticcio così contraffatto che bisogna imporlo e proteggerlo con la forza.
Riconsiderare la natura relazionale dell’identità permetterebbe dunque di affrontare questi problemi da un nuovo punto di vista, sia sul piano individuale che a livello sociale. Una prospettiva che mostra la via per superare il flusso di concause che porta all’appiattimento delle identità, senza per questo creare chiusure fatte di diffidenza, paura e odio. Si può e si deve invece nutrire le identità con un interscambio reciproco che non snatura le parti del rapporto, ma al contrario le rende più profondamente se stesse.

11.
La marea appiattente minaccia le identità, sia a livello personale che sociale. È giusto sottolineare che questo intreccio di forze impersonali sfrutta anche il meccanismo di penetrazione identitaria che abbiamo finora descritto. Modelli e storie vengono proposti con un’intensità violentissima al grande pubblico. I VIP della TV, le star del cinema e i protagonisti dei telefilm ci colpiscono, si scavano con prepotenza una nicchia nella nostra mente, e da lì dentro ci condizionano in tutti i modi: dai valori morali fino al modo di parlare e gesticolare. Si forma oltretutto un circolo vizioso davvero pericoloso: il modello imposto entra con tale forza nella mente delle persone, che ormai il pubblico riesce a gradire solo personaggi e storie che si adattano a quel cliché.
“La cinematografia è l’arte più forte”, per citare un esperto di manipolazione. Un film non è mai “soltanto una storia”, innocua e priva di conseguenze sociali. Una narrazione può avere la potenza devastante di una bomba atomica. Può diventare un vettore di contagio psicologico che insidia nella mente un parassita, un cuculo che farà il nido nella nostra identità, scacciando a uno a uno gli altri pulcini man mano che cresce. Ogni storia, ogni spettacolo può esserlo. Questa influenza può essere usata anche a fini educativi, si intende, e storicamente è questo il ruolo principale con cui gli autori concepivano la loro opera, che fosse un discorso, un libro o un’opera teatrale. Negli ultimi secoli si avverte invece un progressivo declino, per cui l’arte è diventata industria dello spettacolo, e parallelamente il compito di educare si è trasformato in un canto di sirena che seduce e corrompe.
Sottrarsi a questo bombardamento di radiazioni tossiche è il primo passo di una legittima autodifesa. Si può scegliere ad esempio di rinunciare ai programmi televisivi più deleteri, o non seguire le serie tv più diseducative, per quanto allettanti esse possano apparire. È un primo passo, ma non basta. L’irradiazione ha anche degli effetti riflessi. Posso scegliere di non farmi influenzare dai modelli imposti dall’industria dello spettacolo, ma se attorno a me tutti gli altri sono completamente plagiati da questa forza di penetrazione, finirò per subire tramite loro un contagio “di seconda mano”. Non si può certo pensare di sfuggire anche a questa irradiazione riflessa, vivendo una vita da eremiti d’altri secoli: abbiamo già ribadito poi che la chiusura è una misura assolutamente deleteria per la salute dell’identità. Al contrario, bisogna cercare di nutrirla con cibi sani e fortificarla, in modo che essa sviluppi naturalmente gli anticorpi necessari a combattere gli elementi estranei che potrebbero avvelenarla da dentro.

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