Tre ribelli, tre catene

Peter Paul Rubens, Prometeo incatenato

Peter Paul Rubens, Prometeo incatenato

Prometeo aveva sfidato l’autorità di Zeus, rubando dall’Olimpo il fuoco che il padre degli dèi aveva sottratto agli uomini. Per punirlo, il dio della folgore lo fece incatenare sulla cima d’una montagna. Lì un’aquila lo tormentava in continuazione, strappandogli il fegato: un suplizio senza fine, perché per volere di Zeus il fegato di Prometeo ricresceva ogni notte.

 

Satana incatenato, anonimo russo, XVI sec.

Satana incatenato, anonimo russo, XVI sec.

Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni.” (Apocalisse, 20:1-3)

 

W. G. Collingwood, Loki legato, motivo dalla croce di Gosforth

W. G. Collingwood, Loki legato, motivo dalla croce di Gosforth

Loki fu duramente punito per aver ucciso Baldr. Gli Asi lo legarono con le interiora di suo figlio, e posero un serpente velenoso sopra la sua testa. Dalla bocca del serpente gocciola veleno, ma Sigyn, la moglie di Loki, lo raccoglie in una bacinella. Quando il contenitore si riempie, la donna deve svuotarlo, e intanto il veleno cade sulla faccia di Loki, che si contorce di dolore: sono questi sussulti la causa dei terremoti.

Tre antagonisti che si ribellano contro il dio supremo. Tre sconfitte, tre punizioni molto simili.
Viene spontaneo chiedersi se fra questi tre miti esista una relazione. Uno è più antico, e gli altri derivano da esso? O tutti e tre sono versioni derivate da un mito più antico, andato perduto?
Non è detto che fra questi tre racconti esista per forza un rapporto di derivazione. Potrebbero essere tre espressioni di un’idea archetipica, un’idea connaturata al modo di pensare umano, che in determinate condizioni si manifesta con una struttura costante, seppur rivestita con dettagli diversi.
Sono dubbi destinati a rimanere tali. Entrambe le ipotesi sono valide, ma difficilmente si riuscirebbe a dimostrarle. Non ci resta dunque che lasciare la questione in sospeso, e concentrarci piuttosto su un punto ben più importante: il senso che questi racconti esprimono.

Il ribelle viene punito, la rivolta termina nella prigionia delle catene. Viene spontaneo parteggiare per lo sventurato sovversivo, specialmente considerando la gravità della condanna. Tuttavia è possibile una chiave di lettura meno letterale, di certo meno immediata, ma forse più profonda. Il dio supremo – Zeus, Yahweh, Odino – non è semplicemente il personaggio di una storia, ma è la personificazione di un principio cosmico: il fondo ultimo dell’esistenza, la verità alla base di tutte le cose, manifeste e non manifeste. Un’essenza che si trova ovunque, anche nel cuore delle forze che la avversano. Chi si ribella a questo principio, in fin dei conti, tradisce sé stesso. Le catene e il dolore non sono una vendetta dell’ordine costituito, ma sono la diretta conseguenza di quel gesto scellerato: quando la volontà lotta contro se stessa, non ci può essere né gioa né libertà.

Le similitudini che accomunano queste tre storie non devono farci dimenticare l’importanza delle diversità che rendono unico ogni racconto. La colpa di Satana non è la stessa di Loki, e quella di Prometeo è un’altra ancora. Il medesimo simbolo si incarna in vesti diverse, e si sarebbe tentati di spogliarlo per vedere la verità nuda. Tuttavia è proprio questa diversità a svelarci il simbolo, che è una pienezza impossibile da cogliere con un punto di vista soltanto.

 

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