«Volatilizzate il fisso, e fissate il volatile»

Abraham Eleazar, Uraltes chymisches Werk, 1760

Abraham Eleazar, Uraltes chymisches Werk, 1760

Il mito di Etana è un poema epico sumero, del III millenio a.C.. I frammenti di testo che ci sono pervenuti ci permettono di ricostruire gran parte della storia, seppure con certe lacune che hanno portato a versioni differenti in alcuni passaggi. Ne ho recentemente sintetizzato il testo per un libro sul simbolismo, che ho da poco terminato di scrivere.

Nello stesso periodo stavo leggendo “Le favole egizie e greche” di Antoine-Joseph Pernety, un trattato del 1758 in cui i miti dell’antichità vengono reinterpretati come se fossero allusioni alla Grande Opera. Approfondendo la lettura appare ovvio che il significato alchemico non è quasi mai il senso originario dei miti, come l’autore vorrebbe. Il mito si esprime con simboli ancestrali, un linguaggio indeterminato che può essere declinato in diversi significati, pur mantenendo una coerenza di fondo. L’alchimia non è dunque il “vero” senso degli antichi racconti: è piuttosto una chiave d’interpretazione, con cui è possibile trarre un nuovo senso da quella inesauribile sorgente di significati che sono i simboli. Lo stesso, in fin dei conti, si potrebbe dire dell’interpretazione psicologica dei miti.

Pensando al metodo interpretativo di Pernety mi sono reso conto che anche il mito di Etana ha una valenza alchemica. Ho provato a confrontare il mito sumero con alcuni passi de “Le favole egizie e greche”, e i risultati sono stati notevoli:

Sulla cima di un albero aveva fatto il nido un’aquila

Il mercurio Ermetico ha le ali alla testa ed ai piedi, poiché è completamente volatile, come l’argento vivo volgare il quale, secondo il Cosmopolita, n’è il fratello bastardo. Questa volatilità ha indotto i Filosofi a paragonare questo mercurio, talvolta ad un drago alato, talvolta agli uccelli, ma più comunemente agli uccelli di rapina, quali l’aquila, l’avvoltoio, ecc.

 

mentre fra le sue radici c’era il covo di un serpente.

Il Padre Kircher s’approssima anche al concetto che i Filosofi Ermetici annettono alla figura ed al nome del serpe, quando afferma che gli Egizi ne facevano il simbolo dei quattro elementi, perchè i Filosofi prendono il serpe, talvolta quale simbolo della materia del Magistero, ch’essi dicono sia il compendio dei quattro elementi, talaltra per detta materia terrestre ridotta in acqua, ed infine per il loro zolfo o terra ignea, che chiamano: miniera del fuoco celeste, e ricettacolo nel quale abbonda questa virtù ignea che produce tutto nel mondo.

 

Un giorno l’aquila parlò al serpente, chiedendogli di fare amicizia. Il serpente accettò, chiedendo all’aquila di consacrare l’amicizia giurando sul dio Shamash. Da quel giorno l’aquila ed il serpente iniziarono a cacciare assieme, spartendo le prede lealmente e sfamando la propria prole.

Quello che figura sotto, senza ali, è il fisso o maschio, quello che gli sta sopra, con le ali, è il volatile o la femmina nera ed oscura, e che prenderà il dominio durante parecchi mesi. II primo è chiamato zolfo, o meglio: calidità e siccità; ed il secondo, argento vivo o frigidità e umidità.

 

Un giorno però l’aquila ebbe un pensiero malvagio. I suoi pulcini ormai erano ben pasciuti, e l’aquila non aveva più bisogno dell’aiuto del serpente. Si avvicinò al nido del serpente, con l’intenzione di mangiare i figli del suo amico. I figli dell’aquila ricordarono al padre il suo giuramento, ma invano. Il serpente, al ritorno dalla caccia, trovò soltanto i segni della strage.

 

Il massacro compiuto dalle donne, dei loro mariti, simboleggia la dissoluzione del fisso mediante l’azione del volatile, il quale volatile viene d’ordinario designato con le donne.

Il serpente si rivolse al dio Shamash, garante del giuramento infranto. Il dio consigliò al serpente di tendere una trappola all’aquila, nascondendosi all’interno della carcassa di un bue.

Attirata dalla carne, l’aquila calò sul bue. Il serpente l’afferrò, le strappò le ali, e la buttò in una fossa, lasciandola lì a morire di fame.

Dapprima il fisso parrebbe una parte di quasi nessun valore, o per meglio dire il fuoco ch’esso fisso rinchiude pare non abbia alcuna forza; e per molto tempo sembra dominato dal volatile, ma a misura ch’esso si sviluppa, vi si insinua in modo tale che infine prende il sopravvento ed uccide la parte volatile, vale a dire la rende fissa come lui.

 

S’è già visto ciò che devesi intendere per Draghi e Tori. Tutta la spiegazione di questa parentela consiste per conseguenza nel sapere che v’è una unica materia nel Magistero, composta nullameno del volatile e del fisso. I Draghi alati e la femmina indicano il volatile, ed il Drago senz’ali ed il Toro indicano il fisso.

 

 

Da tempo il re Etana implorava il dio Shamash, affinchè gli donasse la pianta della nascita, un’erba miracolosa in grado di donargli un erede.

Fu così che Shamash inviò Etana dall’aquila, promettendogli che l’uccello lo avrebbe portato alla pianta della nascita.

Il re aiutò l’aquila, la sfamò e la curò. I due divennero buoni amici.

 

La nutrisce con un latte di rugiada e spirituale, sino a che essa abbia acquisito una forza perfetta.

 

 

L’aquila promise ad Etana di portarlo in cielo: è lì, infatti, che cresce l’erba della nascita.

L’aquila fece salire Etana su di sè, e lo portò in volo, sempre più in alto. Da lì il mare sembrava una pozzanghera, e la terra intera una collina. Salirono fino all’altezza di una lega, e poi ancora su, due leghe, tre leghe.

La terra ed il mare non si vedevano più. Etana rinunciò allora al suo proposito di arrivare al cielo, e chiese all’aquila di riportarlo a terra.

 

La materia volatilizzandosi sale alla sommità del vaso sotto forma di vapore, e ricade in seguito sulla materia, sotto forma di pioggia o di rugiada.

L’aquila ed il serpente sono i due princìpi opposti, il mercurio e lo zolfo alle due estremità dell’albero filosofico. Se posti a contatto, la loro tregua è effimera: prima il mercurio volatilizza il fisso, e poi lo zolfo fissa il volatile. L’ultima parte ricorda il celebre passo della Tavola di Smeraldo: “Sale dalla Terra al Cielo, e nuovamente discende in Terra…”. Nel senso alchemico, il Cielo e la Terra sono la sommità e la base del vaso su cui il filosofo opera.

Tutto sembra filare a perfezione. Mi sono limitato a citare Pernety, ma nel repertorio alchemico ci sarebbe un’infinità di simboli chimici con cui si potrebbe confermare una simile interpretazione.
Un parallelo dell’aquila con le ali strappate si incontrontra ad esempio nel Ripley’s Scrowle: “L’uccello di Hermes è il mio nome, divoro le mie ali per rendermi docile”.

Dettaglio dal Ripley's Scrowle (XV sec.)

Dettaglio dal Ripley’s Scrowle (XV sec.)

Il simbolo del nutrimento poi è molto ricorrente. Un celebre esempio è l’adagio dell’alchimista ungherese Melchior Cibinensis: “La pietra, come un bimbo, dev’esser nutrita con latte di vergirne.
Immagine da Symbola aureae mensae di Michael Maier (1617)

Immagine da Symbola aureae mensae di Michael Maier (1617)

Si potrebbe continuare a lungo con similitudini ed analogie fra i simboli del racconto sumero e quelli dei trattati di alchimia. Ma dunque? Il mito di Etana è in realtà un’operazione alchemica? E’ forse il primo documento alchemico che la storia ricordi?

E’ proprio tale convincente coerenza che a volte finisce per convincerci che un’interpretazione sia quella giusta, la verità unica che mette tutte le altre interpretazioni in secondo piano. Fila tutto così liscio che dev’essere per forza così: evidentemente il poeta che scrisse il mito di Etana era un antico filosofo chimico.
Con tali certezze si cammina a passi spediti verso grandi cantonate. Come abbiamo visto, sarebbero possibili altre interpretazioni.

Un’esegesi junghiana potrebbe vedere nel serpente un simbolo dell’inconscio, e nell’aquila una rappresentazione della coscienza; si potrebbe anche ipotizzare nel dio solare Shamash un simbolo del Sè.
Sarebbe possibile anche un’interpretazione astronomica: il serpente e l’aquila come due costellazioni, magari l’albero come l’asse terrestre. Il dio Shamash sarebbe appunto il sole, che attraversa nel corso dell’anno lo spazio delle diverse costellazioni.
Basterebbe approfondire la ricerca per rendere queste interpretazioni molto credibili, forse al punto tale da convincerci che esse sono quelle “vere”. In queste indagini poi si inserisce inoltre un meccanismo psicologico, per cui si tende a non dar bada agli indizi che contraddicono l’ipotesi esplicativa di cui si è infatuati, scegliendo solamente quelli che confermano l’idea che già abbiamo prescelto. E’ un tranello in cui spesso si cade pur nella buona fede più sincera.

L’errore di base sta nel confondere il mito con la sua interpretazione. Il mito non è un’allegoria per esporre un determinato argomento tramite una storia. Se così fosse, sarebbe di ben poco valore. L’astronomia e la chimica hanno fatto passi da giganti: su questo gli antichi avrebbero ben poco da insegnarci. Il vero valore del mito non sta in un ipotetico messaggio in codice, ma nei simboli con cui la storia si esprime. Ciò vale anche nei casi in cui il senso recondito era la volontà precisa di chi raccontava il mito. Se i testi alchemici hanno ancora oggi un prezioso valore non è a causa delle operazioni chimiche in essi celate; il vero tesoro sono i simboli impiegati per alludere ad esse. E’ anche in ciò che l’alchimia si differenzia dalla chimica moderna: non solo scienza, ma scienza sacra. Nelle parole dello stesso Pernety: “Qui trattasi di una Chimica molto più nobile, e che i Re non sdegnarono d’esercitare. Non è quella che insegna a distillare l’acqua rosa, lo spirito d’assenzio, ad estrarre i sali dalle piante calcinate, in una parola: a distruggere i misti che la Natura ha formati; sebbene quella che si propone di seguire passo passo la Natura, d’imitare le sue operazioni, e di fare un rimedio il quale possa guarire tutte le infermità di questa stessa Natura nei tre regni che la compongono, e di portare tutti gl’individui all’ultimo grado di perfezione del quale sieno capaci.

Il mito non è la sua interpretazione. E’ una storia in cui interagiscono dei simboli, e quei simboli non hanno un significato soltanto, ma sono una sorgente di significati, a cui ognuno può attingere. Il fatto che da una singola storia si possano trarre interpretazioni diverse, eppure tutte funzionanti, ci insegna che le diverse chiavi esplicative sono in realtà declinazioni di una fonte unica. Una non esclude l’altra, anzi: il loro valore sta proprio in questa concordanza. Le operazioni chimiche, gli astri e i termini della psicologia sono prospettive diverse sullo stesso mistero che coinvolge sia l’uomo che il cosmo. Il simbolo è il linguaggio migliore per esprimerlo, proprio perchè rimane indeterminato, materia prima pronta ad essere plasmata dall’esegeta.
La singola spiegazione non esaurisce il simbolo. Le diverse interpretazioni hanno comunque la loro utilità, perchè ci permettono di entrare in rapporto con il simbolo. In via figurata, è come se con esse interrogassimo un oracolo: l’importante è non scambiare la risposta con l’oracolo stesso.

 

Un Commento

  1. Manila Nike

    Molto bello questo scritto. Secondo me il mito può essere visto e compreso su vari piani e tutti sono giusti ed escludere anche uno solo è pura ignoranza. O credere che uno solo di essi sia la verità è ugualmente ignoranza dei fatti che tutto può essere visto dal piano puramente fisico quindi saturnino o dal piano lunare o mercuriale per poi essere tutto riassorbito nel solare. Così si possono vedere azioni di alchimia esteriore con piante e metalli reali o come processi interiori e così via. Poi questa è solo la mia visione.
    Manila Nike Morena

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