Il figlio dei due mondi

L’archetipo del figlio simboleggia la sintesi miracolosa di due realtà opposte ed apparentemente inconciliabili.

Immagine da Philosophia Reformata di Johann Daniel Mylius

Immagine da Philosophia Reformata di Johann Daniel Mylius

E’ una simbolo tutt’ora vivo, e se ne trovano le tracce anche nelle storie più recenti.

Nel 1984, ad esempio, venne messa in onda una celebre serie televisiva statunitense, intitolata V – Visitors. La storia tratta di una razza aliena dalle sembianze di rettile, che cerca di conquistare la terra: è una simbologia molto diffusa, che combina il tema dell’invasione con l’atavica diffidenza verso il rettile, già simboleggiato come nemico dell’umanità nell’immagine mitologica del drago.

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Uno dei personaggi più importanti della vicenda è Elizabeth Maxwell, una bimba nata dal rapporto sessuale fra un alieno ed un’umana.
La crescita di Elizabeth segue un ritmo accelerato, molto più veloce di quello di una normale bimba umana: poche ore dopo la nascita il suo aspetto è già quello di una bambina di otto anni.
La crescita accelerata è ovviamente un espediente narrativo per evitare di gestire nella storia un personaggio che per anni non sarà in grado di parlare. Tuttavia questo invecchiamento portentoso è anche parte di una serie di segni straordinari, che dimostrano che l’ibrido è qualcosa di miracoloso, ben più di una semplice somma delle caratteristiche delle due specie. Elizabeth in pochi giorni raggiunge l’età apparente di diciotto anni; dimostra di essere in possesso di poteri telepatici e telecinetici, e sa persino intravedere il futuro. Il suo ruolo sarà essenziale per ricomporre il conflitto fra i Visitatori ed i Terrestri.

Il contatto d’amore fra i due mondi diversi genera un figlio che trascende le due nature, in grado di crescere velocemente e dotato di poteri speciali, grazie ai quali è in grado di riportare la pace fra i due schieramenti. Lo stesso schema simbolico ritorna in altri telefilm di fantascienza, come ad esempio nel telefim Falling Skies (2011-2015): Alexis è la figlia di un’umana, ingravidata artificialmente con materiale genetico alieno durante un esperimento condotto dalla specie che sta invadendo il pianeta Terra. Anche in questo caso, la bimba cresce molto velocemente, raggiungendo in pochi mesi l’aspetto di una ragazza. I suoi poteri sono estremamente sviluppati, tanto da renderla simile ad un dio, e ciò la renderà un elemento chiave per sconfiggere gli aggressori.

Un altro esempio si incontra nel remake del 2003 di Battlestar Galactica. L’avversario in questo caso sono i Cylons, una forma di vita artificiale creata dall’umanità stessa. Anche qui il nemico simboleggia l’Altro, un’immagine che dapprima ci appare del tutto estranea, ma che di fatto riflette la parte oscura dell’umanità stessa. Non è un caso che i Cylons nascano con un aspetto del tutto robotico, giungendo ad evolversi con un processo di auto-miglioramento fino ad assumere un aspetto esteriore del tutto umano.
Dalla storia d’amore fra un umano ed una replicante Cylon nasce Hera Agathon; la bimba, pur non crescendo velocemente come le sue omologhe, ha dei poteri di guarigione e di precognizione, e gioca un ruolo molto importante nella risoluzione della storia.

Si potrebbero cercare altri esempi, ma quel che conta è sottolineare come questa struttura narrativa non sia un’invenzione recente, ma che al contrario essa riflette sotto una nuova forma un simbolo diffuso già dall’antichità.
L’alieno è infatti un protagonista dell’immaginario moderno, ma dietro la sua facciata si riflette lo stesso “totalmente altro” che un tempo era configurato nel sacro. Dèi, angeli e demoni non vengono più presi sul serio dal grande pubblico; tuttavia queste figure esprimevano degli aspetti importanti per l’anima umana, che senza di esse non troverebbero alcun sbocco. E’ così che questo ruolo è stato acquisito dagli extra-terrestri: anch’essi appartengono al cielo, e sono infinitamente più potenti degli esseri umani; in certi casi si giunge persino ad ipotizzare che siano stati loro ad aver creato la vita sulla Terra. La sovrapposizione funzionale è talmente forte che alcuni hanno ipotizzato che gli antichi dèi in realtà erano alieni in incognito; in un certo senso, invece, sarebbe più giusto dire che gli alieni dell’immaginario moderno sono gli dèi del passato che si mascherano per sopravvivere.

Il figlio delle stelle, l’ibrido metà celeste e metà terrestre ha infatti radici antiche. L’antica Grecia conta innumerevoli semi-dèi, figli nati dall’unione fra i mortali e le divinità dell’Olimpo. Nelle leggende arturiane, Merlino è il figlio che una principessa ha concepito da un demone. L’aspetto principale del cristianesimo, poi, è proprio l’unione nella figura di Gesù Cristo delle nature umana e divina.
Anche in questi bambini, ai poteri sovra-umani si unisce spesso una notevole precocità. E’ il caso, ad esempio, di Eracle, che si trovava ancora in culla quando strozzò con le sue mani i serpenti che Era aveva inviato per ucciderlo.

La congiunzione delle due nature diverse è inoltre uno dei più importanti dell’alchimia. Viene simboleggiato in vari modi; ad esempio dall’unione fra il Sole e la Luna:

Immagine da Symbola Aureae Mensae di Michael Maier, 1636

Immagine da Symbola Aureae Mensae di Michael Maier, 1636

Sol est eius coniugii pater et alba Luna Mater, tertius succedit, ut gubernator, Ignis

Più apertamente è anche simboleggiato nell’immagine del matrimonio:

Immagine da Symbola Aureae Mensae di Michael Maier, 1636

Immagine da Symbola Aureae Mensae di Michael Maier, 1636

Lapis habetur ex matrimonio Chabrici & Beiae

Oppure ancora è insito nel simbolo dell’atto di amore:

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Corpus infantis ex masculo et foemina procedit in actum“.

Non a caso la Pietra Filosofale viene designata come “Infans Noster”, o “Filius Pphilosophorum. E’ nota inoltre l’affinità fra la Pietra ed il Cristo, espressa in particolare nel simbolo del Bambin Gesù:

Immagine da Symbola Aureae Mensae di Michael Maier, 1636

Immagine da Symbola Aureae Mensae di Michael Maier, 1636

Lapis, ut infans, lacte nutriendus est virginalis

Nel suo “Liber Novus”, Jung accenna così al significato divino del simbolo del fanciullo:
Lo spirito del profondo mi insegnò che la mia vita è cinta dal bambino divino.Dalla sua mano mi è giunta ogni cosa inattesa, ogni elemento vitale. Questo bambino è ciò che sento come una fonte di eterna giovinezza in me.

Jung collaborò con lo storico Kerényi in uno studio intitolato “Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia”, dedicato principalmente alla figura del fanciullo divino. In esso scrisse:
Un aspetto essenziale del motivo del fanciullo è il suo carattere di avvenire. Il fanciullo è un avvenire in potenza. Perciò il presentarsi del motivo nella psicologia dell’individuo significa normalmente un’anticipazione di sviluppi futuri, anche quando al primo momento sembri trattarsi di una formazione retrospettiva. La vita è, infatti, un decorso, un fluire nell’avvenire, e non un ingorgo di riflussi. Perciò non è sorprendente che i redentori mitici siano così spesso dèi fanciulli.
[…]
Esso è dunque un simbolo unificatore dei contrasti, un mediatore, un redentore, vale a dire un integratore.

Il bambino, dunque, è il simbolo dell’unità iniziale riconquistata: la frattura insita nel divenire viene ricomposta, e per un attimo brilla la sorgente eterna in cui tutti i destini sono ancora possibili.

 

 

 

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