La natura e l’uomo

Sono molti coloro che professano un grande amore per la natura. Soltanto in pochi casi, tuttavia, questa dichiarazione corrisponde al vero. Nella maggior parte delle persone sussiste al contrario un autentico terrore nei confronti di questa forza cosmica.

In quanto esseri viventi apparteniamo alla natura, eppure non possiamo fare a meno di sentirci estranei ad essa. Nel rapporto fra uomo e natura c’è infatti una doppiezza di fondo, che si riflette in diversi comportamenti fondamentalmente ipocriti, se non paradossali.
Finchè siamo lontani dalla natura, sentiamo infatti la sua mancanza, e nelle grandi metropoli ci pare di languire in una gabbia di cemento, che pur abbiamo costruito con le nostre stesse mani.
Per rimediare a questa nostalgia ci dedichiamo al giardinaggio, o ci rilassiamo con una bella camminata nel parco. C’è persino chi si dedica ad una sorta di ambientalismo per corrispondenza, lottando per preservare foreste in continenti lontani, o salvaguardare animali in via d’estinzione dall’altra parte del globo.
Non c’è nulla di errato, si intende, in tutto ciò. La cosa strana, però, è che questo amore funziona soltanto a distanza. Il contatto con la natura è infatti un’esperienza che per i più è indesiderabile, e in certi casi diventa un vero e proprio trauma che risveglia antichi ed irrazionali terrori.
Immaginate di essere tranquillamente al lavoro nel vostro giardino, quando all’improvviso da una siepe fa capolino una biscia. Scatta il panico: non ci si ferma a verificare se si tratta di una serpe velenosa o se è un animale innocuo, nè ci si chiede se è una specie in pericolo e protetta dalla legge. Si innesca una sorta di comportamento atavico, per cui in quel frangente l’unica cosa che conta è mettersi in salvo ed eliminare il problema che invade la nostra quotidianità.
Quante volte la timida ed inoffensiva biscia d’acqua è stata presa a badilate da valorosi padri di famiglia convinti di difendere eroicamente la propria casa da un drago in miniatura!
Non capita certo tutti i giorni che un serpente si intrufoli nel nostro territorio; ma basta anche un minuscolo insetto per scatenare una reazione di difesa a dir poco spropositata. Le api e le vespe ci terrorizzano come se il loro pungiglione contenesse un veleno mortale, e le mosche ci mandano su tutte le furie. Persino insetti del tutto miti ed innocui come i coleotteri il più delle volte suscitano una sensazione di orrore del tutto immotivata.
La “natura” che si sostiene di amare è un’idealizzazione paradisiaca, una piacevole fantasia da cui vengono eliminati tutti i dettagli scabrosi, che pur fanno parte integrante della natura reale. Si tratta, a tutti gli effetti, di una natura addomesticata, privata della sua forza originaria, oppure stretta in catene che non le permettono di nuocere.
Pensate ad esempio ali animali selvatici che nel corso della storia l’umanità ha accolto nelle sue case: le bestie selvatiche sono state addolcite, le zanne si sono smussate, la ferocia si è dissolta: i lupi sono diventati cani, e dai cinghiali siamo arrivati ai maiali. Anche i paesaggi agresti delle nostre terre, pur essendo piacevoli e rilassanti, non sono certo del tutto naturali, essendo stati modificati fino alla radice da secoli e millenni di presenza umana. Persino i parchi e le riserve naturali non sono che l’immagine sbiadita della natura primordiale: per visitarli ci sono strade e sentieri tagliati dall’uomo per camminare in tutta tranquillità, al riparo da ogni pericolo. Di predatori che possano ferire l’uomo non c’è neanche l’ombra, e se c’è una minaccia per la sicurezza come un burrone o una cascata impetuosa è più che probabile che l’amministrazione del parco abbia già provveduto a recintarla.
Certo, i più avventurosi possono sempre abbandonare i sentieri per esplorare foreste o scalare vette. In simili casi l’attrazione per la natura si fa più sincera, ma si tratta pur sempre di una parentesi momentanea. Un’esposizione così diretta alla natura potrà durare un giorno, o anche una settimana, ma prima o poi si tornerà a casa, al sicuro fra le quattro mura domestiche. Per quanto si possa amare la montagna e la selva, quasi nessuno è disposto ad abbandonare definitivamente la sicurezza del proprio rifugio nella civiltà.
Non è solamente per cause materiali che questo rapporto è così contrastato. Il paradossale nodo d’amore ed odio nasce infatti da radici simboliche, che colorano il modo con cui l’uomo si accosta alla natura.
La natura, innanzitutto, simboleggia con la madre. “Madre Natura” è un epiteto ormai proverbiale: è lei che ha generato tutto ciò che vive, noi compresi.

nature

La Natura forgia i bambini – miniatura dal Roman de la Rose di Guillaume de Lorris e Jean de Meung (1490-1500)

La natura ci sfama con il suo stesso corpo; come una madre porge il seno al figlio appena nato, così la Terra ci offre i frutti e le verdure, e persino la carne delle sue creature.
La madre, però, simboleggia anche l’infanzia, e quindi un rapporto di dipendenza che può essere penoso come la mancanza di libertà. Simile ad un ragazzo che non è più bambino ma non è ancora adulto, l’uomo agogna un’autonomia che lo sciolga dalla necessità di ricorrere alle cure materne. La nascita e lo sviluppo della civiltà può essere letta in questo senso come la storia di un adolescente che lascia la famiglia per cercare una vita propria, salvo poi morire di nostalgia una volta compiuto l’irrimediabile abbandono.
L’archetipo della madre ha anche un lato d’ombra: è la nera divoratrice, colei che inghiotte i suoi figli, reintegrandoli nel suo corpo ed annullando la divisione che è alla base dell’atto creativo della nascita. E’ fin troppo facile evocare l’immagine di fiere che straziano corpi umani; più realistico, e forse più appropriato dal punto di vista simbolico, è invece lo spettacolo che si offre quando una creazione dell’uomo viene abbandonata anche solamente per pochi anni. L’asfalto delle strade si riempie di crepe, e in quelle fessure mettono radice i semi portati dal vento. I germogli allargano ancor di più le spaccature; il sole estivo ed il gelo invernale completano il lavoro di distruzione, sbranando la strada in un nastro di frammenti coperto dalla vegetazione. Una simile sorte, con un decorso ancor più veloce, spetta agli edifici, anche ai più moderni.

case cin

Un altro collegamento simbolico che occorre a questo punto introdurre lega la natura alla casa.
L’ “eco” di “ecologia” proviene dal greco “oikos”, che significa proprio casa. Un animo poetico potrebbe commuoverci dicendo che la natura è la nostra dimora, il palcoscenico su cui mettiamo in atto i drammi e le commedie delle nostre vite. Nella pratica, però, le nostre case sono territori chiusi, luoghi strettamente preclusi alla presenza della natura.
Le stanze degli edifici umani sono idealmente asettiche, del tutto prive di vita. Oltre all’uomo in esse possono entrare solamente quelle forme viventi che l’azione della civiltà ha saputo definitivamente infiacchire. Animali domestici e fiori ornamentali sono ben accetti, ma pensate a come reagireste se un’erbaccia spuntasse fra le piastrelle della cucina, o se dalla finestra del bagno entrasse un pipistrello! E’ come se un intruso avesse violato un confine sacro, ed infatti in casi simili ci affrettiamo a ricacciare l’invasore all’esterno.
Nella sua forma la casa è una chiusura, e proprio questo è uno fra i più importanti ruoli simbolici che essa assolve. Si chiude fuori il selvatico, per proteggere la pace ed il silenzio necessari al fragile equilibrio dei pensieri umani. Si può immaginare che la nascita della civiltà sia accaduta su un percorso analogo: quando i primi insediamenti umani tracciarono attorno a sè un perimetro per difendersi dai pericoli esterni, tagliarono in questo modo la selva all’esterno. La natura rimase fuori, e all’interno di quell’utero artificiale fu concepita la prima scintilla della civiltà.

L'insediamento preistorico di Bloodgate Hill, a South Creake (UK)

L’insediamento preistorico di Bloodgate Hill, a South Creake (UK)

Questa esclusione non è un processo terminato, ma è una guerra costante e tutt’ora in atto. Batteri e muffe, acari, formiche e topi: per restare padroni di casa propria occorre una continua vigilanza. Se viene lasciata a sè stessa, persino un’intera città torna inevitabilmente ad esser divorata dalla natura.
Senza la civiltà l’uomo sopravvive soltanto con estreme difficoltà. E’ necessario dunque che per vivere l’umanità lotti con la natura per allontanarla da sè; eppure la natura è anche simbolo e sorgente della vita stessa.
La natura è una forza viva, simile al fuoco: al contatto diretto scotta la mano, ma senza di esso le notti sono fredde. Chi lo sa controllare, poi, riceverà da esso una gran messe di doni. Ciò ci introduce ad un altro, importante aspetto simbolico della natura: il fuoco selvatico della vita non brucia soltanto nei boschi e nelle steppe, ma anche dentro di noi. Proprio nell’uomo stesso, nel nostro corpo, nelle nostre profondità; in noi, che ci crediamo così distaccati dalle nostre origini rinnegate, al punto da inventare la dicotomia fra “naturale” ed “artificiale”!
Nel nostro interno c’è ancora la forza naturale e selvatica delle passioni. Lo si chiami istinto, bramosia, energia primordiale o peccato: rimane in noi un che di animalesco, che nemmeno millenni di civiltà e cultura sono riusciti a sopire. Ciò è un bene, perchè se si cancellasse quest’ultima fiamma di vita l’umanità si trasformerebbe in un pacato e ragionevole cadavere.
Tuttavia ci piace scordarci di questo lato selvatico, e ci irrita che qualcuno ce lo mostri, o ce lo faccia ricordare. Sarà per questo che ci dà tanto fastidio quando un animaletto selvatico entra in una stanza: la casa è infatti un simbolo della nostra anima, ed è come se l’intruso fosse l’immagine concreta di quel fuoco naturale sporco e gioioso che ancora brucia in noi.
Concludiamo con un ulteriore aspetto simbolico della natura, che forse può indicarci un modo più rispettoso e vero di accostarci alla natura. La natura selvatica è infatti un simbolo del Caos.
La natura primordiale non è affatto una mancanza d’ordine: semmai è una complessa armonia di regole, che la nostra rete di pensieri semplicistica e lineare non riesce a catturare nella sua interezza.
Il Caos non è confusione distruttiva, ma è una Materia Prima in cui sono ancora insite tutte le possibilità di sviluppo che potrà intraprendere. Nell’Ode Alchemica del Crassellame si dice di esso che “Stavano inoperose / In lui tutte le cose”. Anche la natura, sia quella esterna delle selve che quella interna delle passioni, è simile in questo senso ad un seme ancora inespresso, da cui una mano sapiente può trarre nuove forme, come fa una levatrice che agevola la nascita di una vita nuova.
Si deve andar oltre le sdolcinate dichiarazioni di amore verso la natura, che così spesso si esauriscono nelle parole, e riconoscere la pericolosità ma anche la nobiltà del suo fuoco antico.
L’artificiale non deve per forza essere opposto al naturale. Il controllo non si oppone all’energia, ma la incanala e le dà direzione; così la civiltà non è per forza il contrario della natura, ma può anche essere la sua espressione più vera, così come un fiore rappresenta in un certo senso la compiutezza del bulbo racchiuso in terra. Ciò può essere un primo passo per accettare e proteggere le nostre radici naturali, e riconoscere serenamente le nostre origini, senza più la paura di venir riassorbiti da ciò che ci ha generato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...