Il sangue del Redentore

Il simbolo non è un mero codice che corrisponde ad un senso univoco, ma è un’inesauribile fonte di significati possibili, diversi eppure sempre coerenti. Ogni simbolo racchiude dunque in sè un mondo intero; eppure è possibile concatenarli come unità di un linguaggio, come se fossero lettere che vanno a formare parole di una complessità ricchissima.

E’ il caso di questa straordinaria composizione allegorica, tratta da un meraviglioso manoscritto del XV secolo (British Library, Add MS 37049), ricco di illustrazioni simboliche davvero singolari:

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Di fronte ad un’immagine così intricata si viene presi da un senso di vertigine: siamo abituati ad una comunicazione semplice ed immediata, ed il nostro occhio non è più abituato alla ricerca minuziosa dei singoli particolari. Analizzeremo quindi le singole parti di questa immagine, per poi comprendere il grande mosaico che vanno a formare.

Il nostro viaggio inizia con la Caduta dell’Uomo, cacciato dal Paradiso Terrestre a causa della sua trasgressione: sedotti dal serpente ingannatore, Adamo ed Eva colsero il frutto proibito dell’albero della conoscenza del bene e del male.

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Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita.” (Genesi 3:23-24)

Il peccato originale non è il furto di un semplice frutto ad opera di una coppia di essseri umani. Adamo rappresenta l’Uomo, la totalità di tutto ciò che l’essere umano può essere; Eva non è una singola donna, ma è un’immagine dell’anima, al tempo stesso Vita e capacità di ricevere, che può rivolgersi sia alla Vera Luce che alla falsa luce dell’Errore. Il peccato originale dunque è un simbolo di quella capacità del tutto umana di scegliere fra il bene ed il male. Ogni altro animale segue istintivamente la sua via naturale, svolgendo con semplice armonia il ruolo che gli compete nel grande insieme. L’uomo scacciato dall’Eden è invece incapace di trovare così facilmente il posto che gli compete. La sua vita diventa un lavoro faticoso e senza sosta; si vergogna della sua nudità, cioè di sè stesso; vaga senza sosta, incapace di tornare alla sua vera patria.

E’ in questo stato che l’umanità incontra un altra grande seduzione: Babilonia, Meretrix Magna.

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Babilonia è al tempo stesso una città ed una prostituta; ma soprattutto, è il simbolo di quell’umanità che invece di continuare la difficile ricerca di ciò che è perduto, si arrende e si lascia sedurre dal canto della sirena degli appagamenti più immediati e superficiali.
In alcuni contesti lo specchio è simbolo della riflessione, la scoperta di sè che è alla base di ogni vera conoscenza. Qui invece gli specchi che la prostituta regge in mano rappresentano l’illusoria superficie delle apparenze, ma anche il narcisismo di chi pone sè stesso prima di ogni altra cosa.

La parte più importante della composizione è la crocifissione del Cristo:

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Il sacrificio del Redentore è un simbolo del tutto simmetrico alla trasgressione di Adamo. Mentre la Caduta avvenne attorno all’albero della conoscenza, la croce rappresenta infatti l’albero della vita, come esplicitato da un’altra miniatura dello stesso manoscritto:

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“Ye tre of lyfe” significa proprio “l’albero della vita”, nell’inglese del XV secolo.
Dal costato del Cristo scaturiscono dei getti di sangue, che vanno a vivificare i Sacramenti divini: il battesimo, la cresima, il matrimonio, l’ordinazione sacerdotale, la comunione e l’estrema unzione.

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Il sacramento della confessione è raffigurato a parte: esso infatti rappresenta la porta per cui l’umanità esce da Babilonia ed entra nella Chiesa.

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Le anime che cercano la salvezza sono raffigurate come vergini che reggono una lampada fiammeggiante:

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Il riferimento è a una delle parabole del Vangelo:
Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.” (Vangelo secondo Matteo 25:1-13)

La processione delle vergini stolte porta infatti direttamente alla bocca dell’Inferno:

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Fra le anime condannate e quelle salvate c’è il purgatorio, fuoco doloroso ma purificante, da cui gli angeli traggono le anime mondate (da notare la linea ondulata che li circonda):
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La salvezza finale è rappresentata dalla Gerusalemme Celeste:

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Anche in questo caso, la Gerusalemme Celeste non è una città che fluttua fra le nuvole, ma il simbolo di uno stato dell’essere, e precisamente quel luogo dell’anima in cui avvengono le Nozze dell’Agnello, il grandioso ricongiungimento fra Dio e la Creazione.

E’ per questo che la Gerusalemme Celeste comporta la definitiva sconfitta del Male, rappresentato dai diavoli che san Michele scaglia “nello stagno di fuoco e zolfo” (Apocalisse 21:10)

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Torniamo ora all’immagine nel suo complesso; ciò che ad uno primo sguardo poteva sfuggire è la stratificazione verticale e la simmetria orizzontale che regolano la composizione simbolica:

 

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La parte alta del foglio è riservata alla salvezza: al paradiso terrestre dell’Eden corrisponde il paradiso eterno della Gerusalemme celeste. La parte bassa invece rappresenta la dannazione: nel tempo prende la forma di Babilonia, mentre nell’eternità assume l’aspetto dell’Inferno.

Pur non essendo al centro dell’immagine (l’allegoria si estende su due fogli, ed il centro cade sulla piega del libro, rendendolo un posto poco adatto per un soggetto importante) la croce viene così a rappresentare il centro esatto fra l’inizio e la fine dei tempi, il fulcro fra la Genesi ed il Giudizio universale; è il punto in cui la parabola della caduta segna il giro di boa, e può iniziare il cammino verso una nuova salvezza.

Potremmo interpretare il tempo come un processo volto a purificare l’Uomo, separandolo dalla possibilità di compiere il Male, che fu il presupposto della Caduta.
Al cherubino che scaccia Adamo ed Eva dall’Eden corrisponde infatti San Michele che sconfigge il diavolo; solamente dopo il vaglio del Giudizio Universale l’umanità è riammessa all’eternità, mentre il Male viene sconfitto.
Il diavolo in questo senso non rappresenta una creatura, ma uno stato dell’essere segnato dall’opposizione a Dio; il tempo sembra essere dominato da esso, ma il male non ha un’esistenza propria, fondata nell’eternità; cessa di esistere non appena questa lontananza viene risolta, e l’Uomo può finalmente tornare alla patria che gli spetta per diritto di nascita.

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