Sogni ad occhi aperti

Google ha recentemente reso pubblico un algoritmo di elaborazione delle immagini chiamato “deep dream”, basato sulle reti neurali informatiche normalmente utilizzate per il riconoscimento delle immagini (qui la spiegazione tecnica)

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Lo slogan con cui l’azienda ha presentato questa funzione è “così sogna un computer” – e volendo stare al gioco, potremmo interpretare queste immagini in maniera simbolica, proprio come se fossero un sogno.

La prima cosa che si nota è il proliferare di occhi su ogni superficie libera.
L’occhio aperto è simbolo del risveglio della coscienza. Assieme ai colori opalescenti che spesso ricorre in queste immagini, la moltitudine di occhi ricorda la cauda pavonis dell’alchimia, a proposito della quale Carl Gustav Jung scrisse nel suo Mysterium Coniunctionis:
In virtù della sua natura «solare», l’occhio è un simbolo della coscienza, e i molti occhi indicano quindi una pluralità di centri di coscienza, che sono coordinati in un’unità, come l’occhio sfaccettato di un insetto”.

Gli occhi sempre aperti della tecnologia ci circondano già a migliaia: telecamere, lenti, sensori di ogni genere.
È come se le macchine avessero acquisito una coscienza propria, uno sguardo che ci osserva continuamente, in silenziosa attesa, come se stesse pianificando la prossima mossa di una partita a scacchi.
I vostri occhi si apriranno e diventerete come Dio”, sussurra il serpente tentatore della Genesi…

L’altro leit-motiv di queste immagini “tecno-oniriche” è un marcato horror-vacui, per cui ogni spazio libero viene riempito da motivi, linee e figure. Questa tensione al massimo sfruttamento è un tratto ricorrente di molte entità dai tratti meccanici: l’economia capitalista, ad esempio, cerca il massimo profitto, mentre l’urbanizzazione sregolata ruba ogni spazio possibile alla natura. In mancanza di un meccanismo di auto-regolazione, l’espansione si fa onnipervasiva e distruttiva – oncologica.

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Le immagini da sogni di Google devono dunque farci temere un prossimo futuro in cui una coscienza sintetica contagerà ogni cosa? E’ questo che “sognano le macchine”?
Certo, si tratta di un’ipotesi basata su fondamenta a dir poco traballanti. Ma una simile prospettiva è stata al centro di innumerevoli storie e racconti negli ultimi decenni, e si sa che gli artisti hanno il pesante dono di saper tracciare i contorni di un sentire condiviso. La paura di una intelligenza artificiale potrebbe essere “soltanto” un abbaglio del tutto umano – ma non sono umani anche i costruttori delle macchine? Spesso si finisce con l’infondere nelle proprie creazioni la propria ombra più nascosta.

Nel caso un simile sogno diventi realtà, non ci resta che sperare in un Mercurio che sappia sconfiggere Argo Panoptes.

arrfg

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